primavera a Ramallah - Aline
Aprire uno spiraglio tra kamikaze e carri armati
Diario di un viaggio in Palestina con la carovana Action for Peace
A cosa somigliano Israele e Palestina la settimana di Pasqua anno del Signore 2002?
A un ammasso pietre e posti di blocco.
Come vivono i palestinesi e gli israeliani?
Prigionieri di quel ammasso di pietre. Ostaggi di carri armati e di kamikaze.
Ma cos’e’ un posto di blocco? Chi da otto anni a questa parte, inizio dei negoziati di pace di Oslo, si fosse illuso che un posto di blocco fosse una forma temporanea di delimitazione territoriale e di sicurezza in attesa della costituzione di un vero e proprio stato indipendente di Palestina, deve ammettere oggi che si tratta dello strumento cardine di un regime consolidato di apartheid. Così come dall’inizio del processo di Oslo è un aumentato esponenzialmente il numero degli insediamenti in costruzione nelle zone contese dei territori occupati, sono aumentati anche i check point dappertutto in Cisgiordania. E i check point già esistenti sono sempre più invalicabili.
Mi ricordo due anni fa di Qalandya, il posto di blocco tra Gerusalemme e Ramallah, da un lato un piccolo aeroporto dismesso e dall’altro un campo rifugiati. In macchina, rallentavi, esibivi i documenti e se avevi una targa gialla (quelle blu dell’autorità palestinese non posso transitare nello Stato di Israele) e se i palestinesi erano muniti del permesso, passavi. Qualche volta non chiedevano neanche i documenti e la fila c’era, ma solo nelle ore di punta. Ora Qalandya é irriconoscibile blocchi di cemento, torrette di guardia e un corridoio di qualche centinaio di metri, formato da un muro di roccia da una parte e da una grata dall’altra. Si può attraversare solo a piedi, ma dopo una perquisizione e sempre se i soldati ti concedono il passaggio. Oggi mancano solo i metal detector all’entrata per fare di Qalandya una nuova Erez, l’entrata della più grande prigione all’aperto esistente al mondo, che si chiama Striscia di Gaza.
Questa é la prima immagine della Palestina. Arriviamo a Qalandya in circa 200 dopo una notte insonne passata all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv, in attesa anche li di poter passare. I servizi di sicurezza dell’aeroporto ci hanno trattenuto sette o otto ore, visibilmente senza sapere che farne di tutti questi italiani. Hanno preso i nostri passaporti e distribuito dell’acqua minerale mentre andavano e venivano da un ufficio, guardavano e telefonavano. Chissà se per ordini superiori o per la confusione del momento, hanno iniziato a timbrare i passaporti con il marchio rosso “Denied Entry” (Vietato l’ingresso). Ma poi hanno cambiato idea e concesso a tutti il visto di entrata.
A Qalandya sono di fronte un soldato, corpo a corpo, separati solo da un blocco di cemento. Lui stringe la sua mitraglietta ma mi guarda tranquillo mentre gli chiedo, mani alzate, di passare. Un piccolo gruppo di francesi, svizzeri e belgi è entrato poco prima di noi. Con una mano sempre alzata frugo le tasche della giacca cercando le sigarette. Non trovo né accendino né cerini. Il soldato mi passa la sua sigaretta per farmi accendere. Lo ringrazio e insisto: perché proprio a noi neghi il passaggio?. Rimaniamo li per due o tre ore e la risposta è sempre la stessa “Questi sono gli ordini. Non dovete passare”. Gli dico che questo l’ho capito ma gli chiedo lui cosa ne pensa. La risposta “Non sta a me né di decidere, né di pensare. E’ il governo che deve pensare.” Ribatto “Ma questo governo non lo hai eletto pure tu?”. Cambia il suo sguardo e mi azzittisce “Basta! Non mi raggirare con discorsi politici!”.
Tutto questo succede il giorno dopo uno dei più drammatici attentati suicida degli ultimi 18 mesi, che ha provocato, nel pieno dei festeggiamenti della Pasqua ebraica, oltre 20 morti e un centinaio di feriti in un albergo al nord di Tel Aviv. Ariel Sharon dichiara l’intenzione di smantellare la rete di infrastruttura terroristica palestinese - una campagna di “pulizia” che Yasser Arafat non é stato un grado di portare avanti, ma che ora non può aspettare.
Arafat é bloccato da mesi nei suoi uffici di Ramallah. Non é potuto andare nemmeno a Natale ad assistere alla tradizionale messa di Betlemme e nemmeno la settimana scorsa alla riunione della Lega Araba dove il Principe saudita presentava una nuova proposta di pace.
In questi giorni capisco perché ogni palestinese, sia che lo ami o che lo odi, si identifica con il Presidente Arafat assediato negli uffici dell’ANP a Ramallah. Non é un simbolo, ma lo specchio della vita quotidiana: mobilità ridotta a zero, carri armati sotto casa, mancanza di viveri e scarsità di acqua. Ma soprattutto, come Arafat, ogni palestinese si sente totalmente isolato. Dimenticato da una comunità internazionale che si era proposta come garante di un processo di pace ma si é rivelata complice di uno stato di guerra permanente. Questo è uno degli elementi determinanti che hanno reso significante un viaggio in questo buco del mondo, inferno del Medio Oriente. Dopo essere stati a Ramallah e Betlemme, mentre i soldati sparavano lacrimogeni sulla catena umana che cercava di mano in mano di far passare sacchi di riso e altri aiuti umanitari al di là del check point, ho chiesto a un palestinese tra un sacco e l’altro, “Ma noi cosa possiamo fare?” Ha risposto: “Lo state facendo. La vostra presenza qui e il segno che non siamo soli.”
Anche gli israeliani che ci hanno accompagnato, con cui abbiamo manifestato a Gerusalemme Ovest, con cui abbiamo protestato davanti a casa di Sharon, con cui abbiamo portato solidarietà ai riservisti arrestati per aver rifiutato di prestato servizio nei Territori, ci hanno detto “Siamo vittime, siamo soli, non si può andare avanti così.” E non lo dicono solo i “pacifisti”. Uno studente universitario israeliano di Gerusalemme, dopo un sit-in notturno con sacco pelo organizzato dal gruppo “Green Line” sotto agli uffici del Primo Ministro Sharon e terminatosi con due arresti, dice: “Non si può continuare in questo modo. Io non sono pacifista e non sono d’accordo con tutte le richieste dei palestinesi, né dei deputati arabo-israeliani alla Knesset. Ma bisogna accelerare la creazione di uno stato Palestinese davvero indipendente. Due stati per due popoli.”
Manifestazione davanti all’Orient House, Gerusalemme Est. L’Orient House, casa della storica famiglia Husseini, è stata negli ultimi anni sede della rappresentanza, anche se non ufficiale, dell’Autorità Palestinese a Gerusalemme. Fino a quando il governo israeliano a deciso molti mesi fa di sgomberarla e occuparla militarmente. La polizia si dispone in cordone per impedire ai circa 200 manifestanti (prevalentemente italiani) di avvicinarsi. Noi gridiamo “Stop occupation, No apartheid” e sventoliamo una bandiera palestinese, come gesto di rivendicazione del diritto all’autonomia della popolazione palestinese. Esporre pubblicamente la bandiera palestinese è considerato reato sia nei territori occupati che nello Stato di Israele. Qualche poliziotto spazientito si fa largo e cerca di sottrarre la bandiera palestinese. Improvvisamente si lancia sulla folla la polizia israeliana a cavallo che carica violentemente i manifestanti. Puntano innanzitutto alle telecamere è meglio evitare riprese, testimonianze. Qualche ferito, molti contusi e un arresto.
Il corteo indietreggia cercando di rimanere compatto. Risalendo la strada qualcuno si affaccia delle finestre o dall’uscio di casa. Hanno sentito il rumore, le grida. Una ragazza esce sul marciapiede con una bandiera palestinese quasi più grande di lei. Dietro i colori della Palestina, sbuca appena appena un viso. Con un sorriso timido ma fiero.
Ci uniamo alla protesta molto ordinata delle Donne in Nero israeliane in una delle piazze nel centro di Gerusalemme Ovest. Un gruppo di coloni dimostra contro questa presenza, qualche insulto vola dalle macchine che passano. Stipati sulla piazzetta che si trova in mezzo a un incrocio trafficato, un poliziotto si avvicina ogni qualvolta uno di noi scivola giù dal marciapiede. Bisogna rimanere sul marciapiede. Non valicare questo recinto virtuale, anche se non c’é più spazio. Improvvisamente il traffico intorno a noi impazzisce: sirene spiegate, un’ambulanza, macchine e furgoni della polizia, soldati sfrecciano su per Jaffa Street. “Cosa succede?” “Un attentato”. In questo pomeriggio freddo e piovoso un altro kamikaze si e’ fatto esplodere in un supermercato. Il secondo in tre giorni.
In questi giorni capisco perché le strade di Gerusalemme mi sembrano cosi vuote. Gli israeliani sono anche loro chiusi nelle proprie case, prigionieri di una città militarizzata dove soldati ti chiedono di esibire i tuoi documenti mentre cammini senza indugi per la strada. Qui sono tutti ostaggi della paura.
E siamo solo al secondo giorno di viaggio. Tutto deve ancora incominciare.
Una piccola delegazione italiana riesce ad entrare a Ramallah, superando clandestinamente il check point di Qalandya. Ci raccontano per telefono che hanno trovato una città deserta e completamente assediata. Si sentono rumori di sparatorie e dei carri armati che girano per le strade. Nel frattempo impariamo che l’Arab Medical Center di Ramallah è presidiato dai militari che sono entrati con i cani nei reparti, terrorizzando i degenti. E’ troppo pericoloso muoversi e a delegazione non riesce a raggiungere l’hotel dove è chiusa parte della stampa internazionale e la delegazione francese guidata da José Bové. Dovevano andare a donare il sangue nell’ospedale della città e portare una corona di fiori nel luogo dove è stato ammazzato il fotografo italiano Raffaele Ciriello. Questa delegazione è quella che riuscirà ad entrare tra i carri armati nel palazzo di Arafat portandogli viveri e batterie per ricaricare il telefonino.
I palestinesi ci dicono che a Ramallah i soldati non fanno passare le ambulanze, impediscono il soccorso dei feriti. A Ramallah e nelle altre città della Cisgiordania mancano medicinali e sacche di sangue. L’ospedale principale di Gerusalemme Est (nome???) accoglie l’unica vera e propria banca del sangue di tutti i Territori. Con l’aiuto della Croce Rossa Internazionale si riesce solitamente a trasportare rifornimenti sanitari al di là dei check point.
Ci organizziamo per mandare tutti i giorni gruppi di 30-40 persone a donare il sangue. Quando arriviamo, la stanza del “blood bank” è vuota anche qui siamo l’unica presenza visibile di solidarietà. Mentre scriviamo i nostri dati personali sulla “scheda del donatore” e si forma una fila per la donazione, chiacchiero con il personale. “Quanto sangue manca a Ramallah?”. “Il sangue manca sempre. Ma forse questa volta non servirà neanche. Negli ospedali di Ramallah i feriti e i malati non arrivano più. Ci hanno detto che quelli che arrivano sono già morti.” Ci chiama il Direttore dell’ospedale che vuole incontrarci. Ci racconta, sorridendo, la storia di quest’ospedale gestito interamente da palestinesi e ci spiega la situazione degli altri ospedali della Cisgiordania. Ci dice “Grazie. Grazie perché avete voluto mischiare il vostro sangue di uomini e donne liberi con quello del popolo palestinese”.
E stato un lusso arrivare fino a Qalandya il primo giorno. D’ora in poi sembra che oltre al check point di Eram (parecchi chilometri prima di Qalandya sulla strada da Gerusalemme a Ramallah) non si può passare, nemmeno a piedi. Qualsiasi trattativa è inutile. E allora ancora piu sorprendente il modo in cui siamo riusciti ad entrare a Betlemme, dove si annunciava a momenti una rappresaglia israeliana in risposta all’attenta suicida di Gerusalemme. Ancora una volta, un check point e un passaggio totalmente bloccato. Eppure dopo qualche trattativa, hanno iniziato a lasciare che a piccoli gruppi piano piano tutti quanti entrassero.
Un corteo di circa 300 persone. Sembra un fiume di gente in questa città deserta. Qualche edificio distrutto, segni di pallottole su alcune case, vetri rotti. Nessuno per strada. Ma piano piano Betlemme si sveglia, ti accorgi che ti guardano dalle finestre. I bambini sono i primi ad uscire, ridono, ti corrono accanto “What is your name?” “I am Ahmed. This is Bethlehem, Palestine”. Il corteo si avvicina alla piazza centrale della città dove c’e’ la chiesa della Natività. Ormai sono tanti quelli che ci accompagnano per strada e man mano che ci si avvicina al centro qualche negozio è aperto. Possiamo sfamarci di felafel e di kebab. Sulle porte dei negozi e degli edifici chiusi manifesti dei martiri e dei combattenti. Tra qualche giorno ci sarà anche l’effigie della ragazza sedicenne che si e’ fatta saltare nel supermercato di Gerusalemme?
Siamo tutti in piazza, sembra una gran festa, con la nostra banda degli ottoni di Milano, e le campane delle chiese che suonano. Oggi e’ uscito il sole e escono anche i venditori di collanine e di khefie. La gente sorride e arriva pure il sindaco da accoglierci. Bandiere della Palestina. Qualche bambino per gioco (?) si mette in testa la fascia verde di Hamas. Qualcuno è anche armato.
La carovana si divide. Un gruppo rimane a Betlemme per dormire nel campo profughi di Dheishe nella speranza che una folta presenza internazionale possa scoraggiare I bombardamenti quella notte stessa. Gli altri tornano a Gerusalemme dove da Ramallah ci dicono: “Siamo al Ramallah Hospital, schierati insieme con medici e infermieri palestinesi per cercare d’impedire l’ingresso dei carri armati israeliani attestati a pochi metri. La situazione e’ drammatica. I soldati israeliani impediscono l’ingresso alle ambulanze. Ho visto barelle con almeno tre cadaveri crivellati da proiettili di grosso calibro abbandonate sull’asfalto. Chi può, venga a Ramallah con l’obiettivo di distribuirsi nei vari ospedali della città”
Avrei giurato che ormai fosse impossibile arrivare a Ramallah dichiarata zona militare con ordine di evacuazione di giornalisti e internazionali. Eppure non é stato difficile passare da una macchina ad un altra percorrendo qualche tratto a piedi e aggirare il check point di Qalandya passando attraverso un cantiere. Siamo circa 70 italiani che si aggiungono alle delegazioni già presenti. Un gruppo arriva direttamente all’ospedale ma noi arriviamo all’hotel Ramallah dove i francesi, sorpresi quanto noi di vederci arrivare, ci aggiornano sulla situazione e ci raccontano dell’arresto del gruppo di Bové. Non facciamo in tempo ad organizzarci per raggiungere l’ospedale. Un carro armato si ferma davanti all’albergo. Siamo arrivati in un momento di calma apparente. I bambini giocano a pallone in strada, tra una sparatoria e l’altra. Hanno imparato a convivere con la guerra?.
Siamo prigionieri per il resto della giornata e della notte nell’albergo. I colpi di mitraglia dei carri armati stanno demolendo edifici a un paio di chilometri sulla collina. Si vede il fuoco che esce dai carri armati appostati sulla collina di fronte a noi. Si sentono elicotteri. Ma forse questo non e’ il peggio, perché sebbene vicino lo possiamo osservare da lontano.
In albergo riescono a farci mangiare un po’ di riso e di uova per pranzo. Ma ci avvertono: “Non c’e’ cena, non c’e’ cibo. Il generatore dell’elettricità a un certo punto lo dobbiamo spegnere. Se più tardi non si vedono carri armati e cecchini lungo la strada un piccolo gruppo puo’ attraversare e comprare biscotti e cioccolata nel negozio fronte”. Fra qualche giorno il problema più grande sarà l’acqua. Le condutture dell’acqua sono state rotte in tutta la città dai bulldozer e quindi non c’è possibilità di rifornire nemmeno l’ospedale. In albergo non ci sono letti per tutti e ci sono poche coperte e pochi asciugamani. In compenso c’e’ un grande cesto pieno di saponette.
Quando arriva la notte, dei soldati israeliani fanno irruzione nella casa dei proprietari dell’albergo, adiacente all’albergo stesso. I bambini strillano. Si sentono rumori, siamo agghiacciati. Perché cinque carri armati e 40 soldati con i loro materassi hanno deciso di passare la notte proprio qua sopra?
Si continuano a sentire tutta la notte mitraglia, carri armati e elicotteri. Molto raramente si distinguono spari isolati. La mattina seguente si vede il fumo sulla collina. Sono gli edifici bombardati dei servizi preventivi dell’autorità palestinese, con le caserme e le carceri. E dicono che ci sono ancora 400 persone la dentro. I carri armati e soldati che ci hanno sorvegliato tutta la notte sembrano avere cose più importanti da fare ora e si spostano. Un momento di calma e ci vengono a prendere dall’ospedale Ramallah che sta in realtà a meno di un chilometro. Usciamo in gruppo con pettorine e stracci bianchi, compatti, camminando per le strade deserte con gli sguardi dei palestinesi appostati alle finestre delle case. Qualcuno accenna un segno di “V” vittoria con la mano.
Eccoci al Ramallah Hostipal. Ci spiegano come funziona il servizio sulle ambulanze. Con la presenza di due internazionali e qualche trattativa i soldati fanno passare i medici e il veicolo. Ma la situazioni intorno a noi sembra peggiorare nuovamente e non ci si riesce ancora a distribuire tra I vari ospedali come era previsto. C’e’ un cecchino appostato su un tetto a circa 300 metri dall’ospedale. Impareremo presto della sua presenza. Una donna appena dimessa dall’ospedale dove si era recata per fare un piccolo intervento ambulatoriale a un ginocchio cade a terra un mezzo alla strada in concomitanza con il rumore di uno sparo. I medici e una decina tra noi si affacciano e escono a piedi con una barella per andare a soccorrerla. Raggiunta la donna, il cecchino e dei militari dall’interno di un tank sparano ancora. Stavolta per colpire i soccorritori, la donna è già morta. L’hanno uccisa sotto i nostri occhi.
Di fronte al Ramallah Hospital c’è l’obitorio della città. I militari non concedono alle famiglie palestinesi di seppellire i morti, ormai da giorni. Sta finendo il gas per le celle frigorifere, la temperatura si é alzata e non sono possono più tenere i corpi là. Che fare? Pare che il governo israeliano ha concesso un paio di ore di tregua, per permettere ai giornalisti e internazionali di evacuare (come già è stato intimato da giorni) e per trovare una soluzione per i morti. Comunque di funerali non se ne parla. Arriva un bulldozer sul piazzale del parcheggio dell’ospedale. Ci chiedono “Venite, venite con le vostre pettorine e bandiere bianche. Scaviamo una fossa comune qui nel parcheggio per i morti che non si possono più tenere in ospedale. Proteggeteci. Se vi vedono ci lasceranno lavorare.” Arrivano le telecamere di qualche televisione. Il bulldozer rompe l’asfalto e scava in fretta. Qualcuno porta delle coperte da mettere nella prima fossa mentre se ne scava una seconda. Iniziano ad arrivare dei corpi avvolti di plastica bianca e sulle barelle. Uno, due, ≠ ho contanti 28, Mi hanno detto che erano trenta. Sono arrivati insieme ai corpi, i parenti che, chi sgomento chi urlando, alzano il lembo del “lenzuolo” alla ricerca del viso a cui dire addio per l’ultima volta. Ma non c’e’ tempo, bisogna essere veloci, non c’e’ tempo per trovare il tuo morto. Si sente di nuovo qualche sparo.
I corpi ora nelle fosse chiuse con la terra, frammenti di asfalto, blocchetti di cemento. Un cumulo sopra ogni fossa con tre bandierine palestinesi di plastica che voleranno via alla prima raffica di vento. A Ramallah non e’ concesso di vivere, figuriamoci di morire.
Aline
Aprile 2002
Richieste fatte al consolato spagnolo in veste di presidente dell’EU
a) L’immediato invio di una delegazione di parlamentari europei, in veste di osservatori internazionali, al fine di garantire l’incolumità fisica della popolazione civile e il rispetto dei diritti
umani.
b) La costituzione di un ponte per l’invio di aiuti umanitari, di materiale sanitario e personale medico alle popolazioni assediate
c) L’approvazione di un documento comune di condanna della politica del Governo di Israele e per l’applicazione della risoluzione
ONU sul ritiro dai territori occupati.
d) La sospensione immediata delle relazioni diplomatiche dei singoli governi dell’Unione Europea con lo Stato d’Israele.
e) La sospensione immediata di tutti i trattati commerciali tra Unione Europea e Stato d’Israele.