Un pezzo di mondo fatto con i mattoni di merda secca - Fabio
Fino ad una “settimana” prima la penisola Calcidica esisteva solo nei miei libri di storia del liceo, ma ora ce l’avevo sotto al culo.
Le cose non stavano proprio così. Tra il mio culo e la penisola Calcidica c’era anche uno sdraio.
Si’. Dell’Athos Hotel. O del Pallini. Non ricordo.
Era di novembre. Forse era per questo che quella gente sulla spiaggia aveva l’aria triste, con le anime grigie rinchiuse da giacche a vento sintetiche. Erano dei supervisori. Erano dei miei colleghi.
Ma quando il Drum che avevo tra le dita andò completamente in fumo, pensai che non valeva più la pena di guardare quella gente.
Non valeva neanche la pena di guardare l’orizzonte, che, peraltro, non si era mosso di lì per tutto il pomeriggio.
Allora decisi di guardare negli occhi uno che era ancora più disperato di me.
Almeno in quel momento.
Si trattava del grande Bukowsky. Aprii una pagina a caso o forse la cercai, probabilmente entrambe le cose. Comunque c’era scritto che il mondo era un pitale di merda rinsecchita in cui sguazzavano puttane, cavalli e lattine vuote di birra.
Era scritto che non valeva la pena di discutere di politica internazionale tanto si sapeva che IL LARDO STAVA BRUCIANDO.
Allora decisi di alzare lo sguardo per controllare se l’orizzonte stava ancora lì.
C’era ancora.
Erano le giacche a vento a non esserci più.
Non mi rimaneva che chiedermi se io stavo dalla parte del LARDO o da quella del FUOCO. Me lo chiesi per un bel po’ ma poi mi accorsi che queste sono domande a cui si trova una risposta quando l’uccello comincia a non tirarti più.
L’unica via d’uscita era chiudere il libro&andare al training del pomeriggio. Mine. Come riconoscerle, come segnalarle, come cercare di saltare in aria senza rompere troppo i coglioni a chi li ha lì, appesi, perché gli siano rotti.
Ci hanno segregati lì per tre giorni e poi ci hanno deportati dentro agli autobus con la scorta e abbiamo attraversato tre Paesi e la polizia greca ci ha consegnati a quella macedone che ci ha consegnati a quella&ci ha consegnati alla UNMIK che sono quelli che attualmente, in Kosovo, sono equipaggiati con il cazzo più grosso.
Alla frontiera con il Kosovo alcuni colleghi con la giacca a vento si sono eccitati e hanno iniziato a far foto ai carri armati e ai soldatini e alle bombe e ai missili.
Da mostrare alle famiglie.
Penso.
Le foto.
Appena al di là del confine c’era una mamma col viso da nonna. Stava per terra su un telo di nylon, giusto per non impiastricciare col fango quel poco di dignità che le avevano lasciato. Ma quando la guardai i suoi occhi muti mi gridarono che aveva fame e freddo e non sapeva dove mettere quei figli che più che figli sembravano lampadine bruciate.
Nessuno la fotografò.
E poi su per sta vallata che sarebbe più giusto chiamarla cicatrice. I buchi e il piombo decoravano le case bagnate. Soprattutto attorno alle finestre.
Lì c’era stata la guerra. Quella che ci avevano mostrato in TV, così bene&che mi sembrava di perder tempo&finché guardavamo fuori dal finestrino.
Il biscione di autobus svalicò e giunse in una vasta piana sassosa, dove cambiammo la scorta. Poi da lì tutti alle rispettive destinazioni. L’autobus 32, assieme al 35, andavano a Gjacova, per dirla all’albanese, o Gjakovica, per dirla alla serba. Ma visto che di serbi non ce n’erano più, ci hanno consigliato di dire Gjacova, all’albanese.
Quando arrivammo logicamente pioveva. Una di quelle giornate in cui quando deglutisci ti sembra di mandar giù del pantano. Tutti giù davanti all’albergo.
Tho! Un albergo! Ci avevano detto che alcuni di noi sarebbero finiti in tende, coi militari, o in case private, o non so dove. Quindi noi siamo di quelli che ci è andata bene.
E’ un albergo di montagna, da stazione sciistica.
Però Gjacova stà in pianura. No.
Non si erano sbagliati. Era stata una complicazione burocratica ai tempi dei Serbi e di Tito. L’avevano già disegnato ma in montagna non si riusciva a fare e allora tanto meglio riciclare il disegno e farlo a Gjacova.
Ben per noi.
Di fronte all’albergo c’era una chiesa.
C’era stata una chiesa.
Quando gli albanesi son tornati, dopo la guerra, han pensato di far in modo che la gente si dimenticasse che lì c’era stata, una chiesa.
L’avevano costruita i Serbi solo 10 anni fa! Non è antica! Come la nostra moschea!
E la fecero brillare.
Il portale è rimasto in piedi, ma sembra un Cristo inginocchiato. A piangere.
Le pietre stanno lì accasciate. Avevano avuto la colpa di essere troppo giovani.
Ma credo che fossero gli uomini, in quel caso, ad aver della merda troppo vecchia dentro al loro culo.
Nell’albergo l’energia elettrica non c’era. In quel momento. Ma sarebbe ritornata. Ci hanno detto. Va e viene ogni due o tre ore. Procuratevi delle candele e poi venite giù nel salone alle 18 per un meeting.
In quel meeting ci hanno detto che STAVAMO FACENDO LA STORIA ma il giorno dopo ho visto delle fabbriche deserte e coi vetri rotti che mi sembravano un vecchio con le ossa bianche che cagava in un buco pieno di merda.
Ci hanno detto che stavamo facendo la storia ma mi si è seccata la lingua quando ho visto il vuoto che occupava lo spiazzo dove prima c’era la stazione di polizia, dei Serbi.
NATO BOMBING.
Ma quanti morti sono rimasti sotto a quegli acciai ubriachi?
Non lo so mi ha detto Alban.
Non lo so mi hanno detto gli altri.
E da come lo dicevano capivi che volevano dire non me ne frega un cazzo di quegli sporchi cani bastardi.
Quelli rimasti là sotto erano i cattivi.
Quelli che avevamo paura a uscire per le strade noi ragazzi giovani.
Quelli che ti pestavano e ti sbattevano in galera solo perché passeggiavi per il centro in cerca di figa.
Quelli che si sono portati via la madre di Ibrahim.
Lui è intelligente e per questo ha smesso di aspettarla.
NATO BOMBING.
Dove c’era il covo del terrore spira il fiato lungo della vendetta.
I pipistrelli di cemento dondolano aggrappati alle armature di metallo.
In mezzo a quel nulla hanno piantato un cartello con su scritto CAMPAGNA DI RICICLAGGIO.
Sì!
I tank sbruciacchiati mettili là.
I blocchi di cemento vanno di qua.
Le budella d’acciaio lì giù in fondo.
Le scrivanie accatastale lì.
Il vetro in quei bidoni.
E i corpi?
Quali corpi?
Qui non ci sono corpi.
Ci sono solo mattoni fatti di merda secca.
NATO BOMBING.
A Gjacova, il mercoledì pomeriggio, la gente girava con le mani in tasca e lo sguardo in alto. Anche il giovedì ed il venerdì e il sabato e la domenica e il lunedì e il martedì e, di nuovo, il mercoledì. Qui non c’è niente. Non c’è niente da fare. E intanto, al posto delle fabbriche chiuse e coi vetri rotti mi sembrava di aver visto un vecchio con le ossa bianche che cagava in un buco pieno di merda.
Laggiù, lungo la strada per Bishtazhim, c’era una piantagione di mele. Dello Stato. Una volta.
E quando le mele erano mature fermavano la scuola e ci mandavano tutti a raccogliere le mele.
Lo dice Izac.
Izac dice anche che ti davano da mangiare e da bere e da dormire e ti organizzavano anche la discoteca.
E ci si divertiva proprio.
Lo dice Izac
Ora, al posto dei meli, ci hanno messo il nulla.
Hanno detto che coltivare il nulla conviene di più.
NATO BOMBING.
E venne il giorno delle elezioni. Ma il giorno prima c’era stato il giorno prima delle elezioni.
Non so perché ma qualcuno aveva deciso che io sarei stato il team leader in un paesino di paglia e di fango che avevano chiamato Rogove per distinguerlo dagli altri paesini di paglia e di fango.
Fuori Cristo continuava a piangere sulle rovine e finché stavo pensando a che faccia avesse avuto quello che aveva messo la dinamite mi è venuto in mente che un team leader deve decidere qualcosa per essere un team leader amato e rispettato dal resto del team.
Allora ho deciso che era necessario fare una supervisione del nostro paesino di paglia e di fango e quindi tutti dietro a vedere la paglia e a vedere il fango.
La pioggia continuava a piangere e finché pensavo a che faccia avrebbero avuto gli elettori di Rogove mi è venuto in mente che un team leader deve rompere i coglioni per essere amato e rispettato dal resto del team.
Effettivamente il regolamento prevedeva che non ci fossero scritte sui muri a meno di cento metri dal luogo del voto. Fatele cancellare, per favore! Se non sono sparite entro le 18 scattano le sanzioni! E poi giù anche quella foto di quel militare con dietro la bandiera dell’UCK! Ma quello è il primo morto del nostro paesino! Ha dato il nome alla scuola! Mi dispiace ma il regolamento è il regolamento. E se un team leader non lo facesse applicare come potete pretendere di essere amato e rispettato dal resto del team?
Il giorno dopo sì, era il giorno delle elezioni. E il giorno delle elezioni era un giorno molto lungo che quasi iniziava alla fine del giorno precedente. La gente di Gjakova stava ancora sognando la piantagione di meli, quando ci hanno consegnato le urne, le schede elettorali e tutto il resto del materiale sensibile.
Sulla strada per Rogove il freddo ci pinzava la gola finché le luci rosse e blu della scorta trapassavano le anime nostre e di quelli che, ignari, stavano ancora sognando.
Cazzo! Siamo arrivati troppo presto! La scuola è chiusa e noi non abbiamo le chiavi.
Gli uncini del freddo ci sbrindellavano la faccia, come quando, da ragazzino, a Natale, uscivi dalla Messa di mezzanotte.
Dopo mezz’ora sono arrivati quelli dei seggi e hanno aperto la porta.
Dentro faceva solo un po’ più freddo di fuori ma poi hanno acceso le stufe a legna che c’erano nelle classi. E sfregandomi le mani ho pensato che sembrava di stare in una puntata di Haidi, ma forse era colpa delle luci blu e rosse che mi avevano stordito.
Dopo un po’ che ci davamo da fare per buttar fuori il fumo e tener dentro il calore, si è illuminato qualcosa dietro all’orizzonte delle montagne orientali.
Era un giorno nuovo, che si apriva.
Era il giorno delle elezioni.
Ore 7.
Si aprono i seggi ed il primo ad entrare è il sole, infiltratosi tra i quadrati del finestre. I primi a votare sono quelli curvi e infangati. A guardare bene si capisce che le croste sui vestiti sono il fango delle montagne. A guardar meglio si capisce che le umiliazioni che incrostano le facce non sono di quelle che si lavano, neanche con le elezioni.
Più passa il tempo più diminuisce il sudiciume degli spiriti e dei vestiti.
Tanto che ormai sembrano tutti uguali.
Smetto di guardare la teoria infinita che infila le schede piegate nell’urna e mi accorgo che gli osservatori stanno osservando. Sono rappresentanti dei partiti locali, possono osservare finché vogliono.
Ma non possono parlare. Se hanno qualcosa da dire lo possono scrivere sul Polling Book.
Tra gli osservatori c’è anche una ragazza giovane con, al posto degli occhi, due biglie di vetro. Con l’interno azzurro e l’esterno freddo.
Mi sembra che osservi più degli altri.
Mi sembra che osservi soprattutto me.
Ma che vai cercando?
Io, da parte mia, le sfuggo.
Ma non c’è scampo.
Lei sta sempre lì.
E osserva.
Me.
Allora, per scoraggiarla, la fisso anch’io. Ma non molla.
Passano i secondi e poi i minuti. In quell’eternità di tempo surgelato, ovviamente, non penso agli occhi suoi ma all’orizzonte del mare che probabilmente sta ancora lì, dove l’avevo lasciato qualche pomeriggio prima. E poi penso alle anime grigie nelle giacche a vento. Poi penso al lardo che brucia. Chissà dove?
Forse sotto al tendone da circo delle organizzazioni internazionali.
O forse tra i mattoni fatti colla merda secca in questo angolo di mondo.
O forse fra le cosce di questa. Che continua a osservare.
Mi sembra la soluzione meno folle.
Almeno per ora.
Finché l’uccello continua a tirare.