una storia dall’eritrea - Radio
Mercoledi’ abbiamo lasciato Asmara alle sei del mattino. Io alla guida e Semere di fianco, direzione sud ovest verso Mendefera e poi ancora da ovest sopra il confine con l’Etiopia verso le zone di guerra. Semere ha ventiquattro anni, viveva fino a qualche anno fa ad Addis, parla un buon inglese e intuisce l’italiano. E’ laureato in biologia ma per me fa il logista/meccanico/aiutante di campo. La macchina e’ un pick-upToyota a doppia cabina, molto alto sulla strada, non nuovissimo ma bello robusto.
La strada asfaltata finisce a Mendefera dopo un’oretta. Un’altra mezzora e a Mai Dma’ ci fermiamo per colazione. Iniziano i guai alla macchina, ci accorgiamo di aver perso un morsetto della batteria. Girovaghiamo un po’ in cerca di un meccanico, che non c’e', poi incontriamo Kidane, un vicino di casa di Asmara che ha un morsetto di ricambio nel suo pick-up. La colazione e’ un pranzo: tibsi’ (pezzetti di carne in umido, senza sugo), ingera, pane, coca cola, shahi. Mangiamo all’interno del bar perche’ nel cortiletto e’ piu’ bello ma le mosche ci ammazzano.
La macchina riparte a spinta, gia’ penso che forse accorceremo l’itineraio a causa del tempo perso. Un’altra mezz’ora e siamo a Molki, capoluogo di una delle province dove lavoriamo. L’amministratore locale, ato Padre, e’ in riunione con tutto lo staff. Percio’ andiamo a visitare un di pozzi, lungo il fiume intanto che lui finisce. La batteria comunque non si ricarica. Arrivati verso il fiume si blocca la leva del cambio 4WD/ridotta (in tigrino “rodetta”) nella posizione folle. Semere smonta il coperchio delle leve e sblocca a mano. Cosi’ possiamo ispezionare i pozzi, che forse in seguito riabiliteremo, e una delle pompe che abbiamo gia’ sistemato tempo fa.
Finalmente ato Padre ci riceve. Ci mettiamo d’accordo per i lavori che faremo in futuro. Lui e’ un tipico amministratore ex-fighter, duro, diffidente e spesso indifferente. Pero’ ha esperienza del fatto che abbiamo fatto un sacco di lavoro nella sua provincia e quindi ci da retta. Io
propongo delle cose, lui approva aggiungendo qualche richiesta. Tornero’ ad Asmara con una lista di lavori da valutare come soldi, progetto, priorita’, opportunita’ rispetta al numero di abitanti dei villaggi interessati. Incontriamo anche ato Habte, supervisore dei lavori dell’amministrazione di Molki, e poi ato Barin amministratore di certi villaggi dove abbiamo lavorato, altri due o tre tizi in qualche modo coinvolti. Riesco ad avere parecchie altre informazioni, discutiamo sui miglioramenti da fare, sulla possibilita’ di addestrare un meccanico locale. Ricevo richieste fantasiose, poi richieste di lavoro. Semere un po’ traduce, un po’ filtra. Ascoltando capisco una parola su dieci, ma il senso quasi sempre mi arriva prima della
traduzione. Faccio il furbo rispondendo con due stentate parole in tigrino, non serve per la discussione pero’ tento di impressionare gli interlocutori.
Le facce sono molto varie. Il portamento e’ quello di ex-contadini, ex-combattenti, ex-aspiranti-a-vivere-in-citta’, il piccolo privilegio di essere “amministratori” si percepisce nella distanza della folla che sta intorno e negli sguardi che ricevono. Intorno, nel cortile dell’amministrazione, ragazze in attesa eterna di ricevere il soldo che gli spetta in nome dei loro uomini al fronte, fute bianche, capelli tirati indietro in file di treccine, lattanti appesi alle spalle. E poi vecchi e scampati alla leva con in mano uno scartafaccio arrotolato, probabilmente questue per piccoli affari che hanno bisogno di un inevitabile sguardo burocratico dell’onnipresente menghistu (governo).
A questo punto l’idea iniziale di proseguire per Shambko, ad un’altra ora abbondante di pista, e’ impraticabile. Torniamo indietro, ma con l’idea di deviare a vedere uno dei posti individuati parlando con Padre, si chiama Geza Kelatti, vicino a Mai Dogali. A Mai Dma’ chiediamo quanto e’ distante: due ore a piedi. Stimiamo mezz’ora in macchina e ci avviamo, sono le tre del pomeriggio. Dopo un po’ facciamo salire una ragazza che porta il suo fagotto, le diamo un passaggio e ci indica la strada. Ne approfitto per fare la solita sequela di domande su come, dove, quando, quanto usano l’acqua nei villaggi circostanti. Passiamo un campo militare e attraversiamo un corso d’acqua secco con in mezzo un rudimentale ma solido pozzo. Chiedo
cos’e': “basca nai serawit” (la cisterna dei soldati), efficiente ma proibita ai comuni mortali. Ancora saliscendi su una strada sassosa, attraversando scolature sabbiose irrimediabilmente secche. Poi manovrando su un argine sabbioso la macchina si spegne. La batteria e’ morta, non si
riparte. Proviamo a spingerla. Nella sabbia, in tre, e’ impossibile. Scaviamo trincee sotto le ruote per cercare di guadagnare un po’ di pendenza, niente da fare. Sentiamo voci tra le colline, la ragazza si avvia verso casa, promette di chiamare qualcuno. Proviamo ancora scavando. Niente. Ci avviamo a piedi dividendoci, verso i villaggi dove eravamo diretti. Scollinando troviamo una decina di contadini, sparsi nei campi scoscesi, che arano con coppie di buoi, uno con il cammello. Spieghiamo il problema, chiediamo aiuto. Sono riluttanti, devono finire il lavoro e slegare le bestie prima di venire con noi. Parliamo, trattiamo. Solo in quattro vengono giu’ al fiume. Per la strada spieghiamo chi siamo, chiediamo notizie sui villaggi, sull’acqua, sui campi e sulla pioggia. I tizi sono giovani, chissa’ come scampati al servizio militare, i vecchi non sono venuti, nonostante il grido di richiamo del piu’ anziano, urlato ai compagni sparsi nei campi. Hanno slegato i buoi che si avviano verso il villaggio, portano con se le parti preziose dell’attrezzatura: la tanichetta dell’acqua, un’ascia, il vomere di metallo, una sacca lacera. finalmente siamo al fiume, proviamo a spingere. La macchina si muove, scende due metri dal
piccolo argine, ma poi si pianta irrimediabilmente nella sabbia umida dell’alveo. Mettiamo pietre sotto le ruote, spingiamo, tiriamo. Niente da fare. Sono quasi le sei, il sole cala. I contadini se ne vanno verso i loro villaggi, noi indietro verso Mai Dma’, ad un paio d’ore di cammino.
La campagna di dolci colline e’ splendida al tramonto. Tutto intorno all’orizzonte le montagne. capre, vacche, bambini che le accudiscono o che fanno passare il tempo prima della sera. Sguardi stupiti su questi due strani, a piedi in mezzo al nulla. La camminata e’ lunga ma innegabilmente piacevole, come una gita che ci porti al campeggio. Parliamo infatti di vacanze e di passeggiate.
In lontananza finalmente il minareto (o il campanile?) verso cui siamo diretti. Ma prima l’accampamento dei soldati, “serawit”. E’ l’ora del rancio, del riposo. Qualcuno gioca a pallavolo, in mezzo alla campagna silenziosa al tramonto. Salutiamo rispettosi, accenniamo alla macchina. Qualcuno piu’ alto in grado, o forse solo piu’ intraprendente, assicura che non ci lasceranno andare senza aiutarci. Iniziamo a pensare di passare la notte al campo, ma non sappiamo se si puo’: la paranoia delle spie (?!?) e’ il vestito classico della diffidenza dei militari nei confronti di chiunque estraneo. Intanto che ci si pensa si avvicina un tipo dall’aria colta di ufficiale, ha una
bacinella di plastica, spuntano tre cucchiai. “Drar” dice, e’ la cena, un chilo abbondante di grosse penne, tipo pasta e fagioli. Ci sediamo per terra, ognuno lentamente immergendo il proprio cucchiaio. Intorno ci guardano. Continua la discussione sul come aiutarci, domattina alle cinque e’ prevista una marcia proprio nella zona in cui abbiamo lasciato la macchina. Si cerca il comandante che puo’ prendere una decisione. Ma potremo resistere alle zanzare? E’ ovvio che la domanda riguarda solo chi ha la pelle bianca. Arriva anche il te’. Meta’ della bacinella e’ ancora piena, altri due tizi con cui parliamo si siedono e si mettono a mangiare con i nostri stessi cucchiai. Il piu’ giovane, in camicia mimetica che si direbbe comprata alla Standa, e’ intraprendente e vivace, conversa con Semere, ma sicuramente afferra il mio inglese piu’ di quanto io intuisca il suo tigrino. L’altro e’ in tuta nera dell’Adidas, e’ il piu’ alto in grado, mentre mangia manda qualcuno ad avvisare il comandante alle baracche sulla collinetta di fronte. Ero sulle spine perche’ c’e’ ancora parecchio prima di Mai Dma’, se decidessimo di non fermarci. Ma ormai fa buio, non possiamo far altro che affidarci ai serawit, come l’Eritrea intera e’ abituata a fare.
Aspettiamo. Appaiono di colpo dei soldati armati ed equipaggiati, quasi ci calpestano nel buio. “Ndiamo, ndiamo, dai! Ndiamo!”
Si radunano in una trentina. Semere mi spiega che ai soldati mai viene detto dove stanno andando e a far cosa. E difatti hanno un’aria confusa vedendomi, ma sono pronti ad andare. Ci
avviamo cosi’ d’improvviso, sparsi sul sentiero da cui siamo venuti. E’ una marcia forzata nella notte. Ci sono tre quarti di luna, e’ molto chiaro nonostante le nuvole. Il ritmo e’ indiavolato. La campagna e’ splendida. A gruppetti parlottano. A coppie camminano abbracciati o per mano
nonostante l’intrico dei Kalashnikov, come usano gli uomini da queste parti. Qualcuno accenna un canto. Al nostro passaggio schiamazzano e svolazzano invisibili uccelli notturni. Scavalcando un crepaccio tutti si preoccupano che il ragazzo bianco possa non farcela. Mi giustifico: i miei scarponi sono molto buoni, solo per questo ce la faccio a reggere il passo. Ogni tanto si devia per una scorciatoia. Cespugli, sassi, sentiero, tutto superato di gran carriera. La notte, la luna, le colline in lontananza, il silenzio assordante di una lingua a cui sono abituato ma che non capisco.
Cosa pagherebbero ad Avventure nel Mondo per una scarpinata come questa? Probabilmente niente, sono io che presumo che il mio appassionarmi sia una fortuna impagabile. La sensazione di vivere momenti irripetibili in un mondo inaudito e’ alle stelle. Mi martella l’idea di riuscire a
condividerli con qualcuno del mio mondo. Penso a cosa potro’ scrivere, a chi potro’ scrivere. “Tahati macchina allo’!” Ecco la macchina giu’ al fiume. Di corsa giu’ per l’ultima scarpata. Tutti intorno al pick-up, gran rumore di kalashnikov poggiati nel cassone, tremo ma cosa ci posso fare, mica posso improvvisamente atteggiarmi ad obiettore di coscienza crocerossino. Semere al volante, vociare concitato di ordini, consigli, pareri contrastanti. Si decide di tirare su la macchina all’indietro sulla strada da cui siamo venuti.
“Ndiamo! Adi… Klte’… Seleste… Dai! Forsa!”.
Un, due, tre e la macchina si sposta leggera, dalla sabbia al fondo solido del sentiero scosceso. Un paio di manovre e al primo tentativo in discesa parte subito. Grandi pacche sulle spalle e poi tutti di corsa a chi sale per primo sul cassone. Torniamo al campo a passo d’uomo stracarichi dei soldati. Quelli pigiati dentro ballano estasiati al ritmo della cassettaccia di musica da discoteca che Semere ha subito messo su. Ci fermiamo per una foto ricordo. Poi al campo, saluti e ringraziamenti frettolosi. A Mai Dma’ tutte le stamberghe che fungono da albergo sono piene, domani e’ giorno di mercato. Sono le dieci e mezza, proseguiamo dunque per Asmara. Ci diamo il cambio a guidare per evitare il sonno. All’una siamo a casa.