vittime o carnefici? - Fabio
Vittime e Carnefici…tra l’aeroporto e la città
“Sei qui per Pol Pot o per Angkor Wat?” mi chiede il tassista. E attacca l’aria condizionata. La Toyota gialla e nera mi porta dall’aeroporto di Pochentong all’hotel Indochine, sul lungo fiume di Phnom Penh.
Questo che cercano i turisti sempre più numerosi che arrivano in cerca di avventura nell’angolo più dimenticato del sud-est asiatico: Pol Pot e Angkor Wat.
Qui la storia è collassata.
Dal ‘75 al ‘79, una manciata di intellettuali hanno condotto uno dei più lucidi e cinici esperimenti sociali dell’età moderna. Erano stati educati nelle migliori università europee. Il loro capo era Pol Pot. Pol Pot decise che la nuova “Cambogia Democratica” poteva nascere solo se i principi che l’avrebbero governata fossero stati imposti radicalmente e scientificamente fin dal primo giorno della sua esistenza. Phnom Penh venne svuotata in 24 ore e la sua popolazione venne sparsa per le campagne a coltivare il riso da scambiare con le armi cinesi.
Centinaia di migliaia di esseri umani di ogni sesso ed età vennero torturati e massacrati a bastonate per “purificare” la razza khmer che doveva essere composta di soli “uomini nuovi”, totalmente devoti all’Angkar. L’Angkar era l’organizzazione che doveva garantire a tutti i suoi membri una vita felice, svincolata per sempre della vecchia struttura sociale basata sui legami familiari e corrotta dalla precedente gestione del potere.
Una nuova generazione di Cambogiani figli dell’Angkar era già stata educata: sarebbero dovuti essere i mattoni con cui costruire un mondo nuovo che non sarebbe assomigliato a nessun altro degli altri mondi.
Sono passati più di vent’anni da quando i Vietnamiti hanno invaso la Cambogia e hanno ricacciato nelle foreste i Khmer Rouge.
Sono passati solo cinque anni da quando il nuovo governo ex-comunista e neo-liberale è riuscito ad acciuffare i capi dell’”Angkar” che erano sopravissuti alla malaria e alla vecchiaia, protetti da poche migliaia di uomini e dall’intrico delle foreste impenetrabili.
I figli dell’Angkar hanno la mia età.
Oggi, i più vecchi hanno 30, 35 anni.
Ma chi sono? Dove sono? Cosa fanno?
Non si riconoscono più per le divise nere, tutte uguali. I sandali che tutti dovevano indossare non ci sono più.
Quello che resta sono le voragini nella mente e nel cuore di quelli che ce l’hanno fatta a non morir di fame e di stenti. Ma le cicatrici, oggi, si aprono galla in forma di sorrisi sulle loro facce bruciate dal sole.
Anche il tassista, ad esempio. Ha un sorriso da pubblicità di dentifricio…eppure deve esser stato lì anche lui…deve aver visto cose che io non posso neanche immaginare. Ed ha la mia età.
E così i bambini per le strade, i venditori di cibo che spingono i carretti, i poliziotti agli angoli delle strade. Sorridono con gli occhi e con tutto il resto della faccia, non appena il mio sguardo incontra il loro.
Ma che cazzo ci sarà da ridere? Ma come fate? Ma dove trovate la forza?
Perché non siete depressi?
Domande senza risposta.
Credo però che abbia a che fare col fatto che l’Asia non è l’Europa.
Vittime e Carnefici…alla prima del film del Principe
E subito arriva il Principe. Regista. Produttore. Presidente dell’Assemblea Nazionale e del partito monarchico. E’ evidente che sotto al doppio petto scuro stringe le chiappe.
Saluta un po’ di gente.
Signori, si può iniziare. Con i preliminari. Le speaker presentano il film in Khmer e in inglese e la gente applaude spesso. Soprattutto quando si nomina il principe o il re o la Cambogia o la cultura nazionale.
Davanti a noi c’è un signore in un vestito nero con un neo sullo zigomi. Applaude spesso, ma ha la mano sinistra fatta a forma di gancio. Incute paura. Mi vien voglia di chiedergli dove se l’è procurata quella mano, ma poi lascio perdere.
Siamo in un paese di carnefici e di vittime. E molti di quelli che sono rimasti non se lo ricordane neanche più…se sono stati vittime o carnefici.
Quindi conviene lasciar perdere.
Accanto a lui c’è un vecchietto incartapecorito con le orecchie a sventola bruciate dal sole e dal vento. Ha una camicia bianca troppo grande e ha gli occhi troppo incavati per non essere una vittima…o un carnefice.
Ma anche con lui conviene lasciar perdere.
Di fianco a lui ce n’è un altro con i capelli grigi come il vestito, e con gli occhiali dorati.
E meglio lasciar perdere anche con lui. Quelli con i capelli bianchi potrebbero raccontar cose che forse è meglio non sentire. Mai.
Ma il film inizia.
Nation, Religion, King.
Questo ci scrivono sulla carta intestata dei documenti dello Stato.
Anche il film mi è sembrata una carta intestata.
Poi il film finisce e tutto il popolo offre i fiori e i pacchi dono al Principe con le chiappe strette.
E la mano ad uncino continua ad applaudire.
E il vecchietto con le orecchie bruciate dal sole continua ad applaudire.
E applaudiscono tutti. Vittime e carnefici.
Vittime e Carnefici…all’ombra del Foreign Correspondent Club
Te lo ricordi.
Te lo ricordi che sei fatto di cenere e di carne tritata.
Te lo ricordi che il tuo alluce non sarà un alluce per sempre e che un qualunque passo di sempre potrebbe essere l’ultimo passo di sempre.
Me lo ricordo ogni volta che vado all’EffCiCi, a Phnom Penh.
L’EffCiCi è un locale con i muri gialli di colonia e il soffitto alto con le pale che girano e fanno girare l’aria.
Ti puoi sedere per bere una birra sui sedili di cuoio coi turisti che bevono il frappè.
Si vede il fiume dall’EffCiCi, il Tonle Sap con i pescatori che gettano le reti per aggiungere qualcosa al riso bollito.
E’ il più bel posto di Phnom Penh proprio come ti immagini debba essere un posto a Phnom Penh.
Ma ogni volta che ci vado penso alla cenere e al mio alluce tritato.
Ci provo a far finta di niente.
Abbasso lo sguardo. Ma gli occhi mi sfuggono, la gola si stringe e anche gli sfinteri.
Mi disturbano… ritagli di uomini che mugugnano… in cerca di compassione per quel pezzo di puzzle che han perso per sempre.
Vittime o Carnefici…davanti al distributore Caltex
Stavamo in groppo alla Vespa 150 Sprint e scendevamo il Pochentong Boulevard.
I rami degli alberi cercavano di abbracciarci ma a noi interessava solo la loro ombra nella canicola del pomeriggio di Phnom Penh.
All’incrocio con Monivong Boulevard giro a sinistra in direzione del Bayon Market. E’ un supermercato ad aria condizionata con gli scaffali obesi per roba da ricchi. Noi ci andiamo perché c’è la Pasta de Cecco e i pelati campani e finché non si arriva alla cassa si ha l’impressione di essere in un qualunque supermercato ad aria condizionata. Ma dietro al bancone di acciaio ci sono i cinesi con la faccia da scoreggia che pigiano i tasti del registratore di cassa. E questo scoppia in un orgasmo (assieme ai cinesi con la faccia da scoreggia) non appena sfiorano il tasto TOTAL. Ci odiamo a vicenda, con i cinesi. Perché, quando entro al Bayon, li saluto con la faccia e loro fanno finta di niente. E poi finché fanno il conto io sfoglio il giornale senza pagarlo. E poi pago sempre con 100 dollari senza neanche guardarli in faccia. Bisogna fare in fretta a far la spesa, perché credo sia l’aria condizionata a trasformarti la faccia in scoreggia…come quella dei cinesi dietro al bancone di acciaio.
Ma non appena giro a sinistra mi si para davanti un poliziotto con l’uniforme blu e mi fa segno di parcheggiare di fronte al distributore Caltex.
Porca puttana. Ci siamo cascati un’altra volta!
I poliziotti di Phnom Penh hanno disseminato la città di trappole per poter sfamare le loro famiglie. Lo Stato gli passa, ufficialmente, un salario con cui noi ci potremmo comprare solo 5 chili di pasta De Cecco e un paio di barattoli di pelati. Allora loro hanno cosparso la città di segnali senza senso. Tipo: i motorini e le biciclette non possono passare da questa strada….se vieni da quella parte, non puoi girare di qua….qui puoi parcheggiare solo nei giorni dispari….e così via.
Le sole regole che bisogna osservare per non essere fermati sono quelle prescritte da questi cartelli. Per il resto, vige la più totale anarchia. Se passi con il rosso, non gliene frega niente a nessuno. Se vai contromano, non gliene frega niente a nessuno. Se hai sempre gli abbaglianti, non gliene frega niente a nessuno. L’importante è non violare una regola scritta in uno di quei cartelli.
I poliziotti si nascondono dietro agli alberi appena dopo uno di questi cartelli, e fermano chiunque non lo rispetti. Chi non si ferma, viene inseguito da un altro poliziotto, a bordo di un motorino.
- Documenti!
- Non li ho. Sono appena arrivato in questa città e me li stanno ancora facendo. Lo stesso vale per la targa. Non è ancora pronta.
- Mi dispiace ma le dobbiamo sequestrare il mezzo.
- Suvvia, vivo da poco in questa città ma ho già avuto modo di capire a mie spese come funziona!
- Fanno 30 dollari!
- Macché? Sta scherzando? Non ho mai pagato più di 3-4 dollari! E poi, lo so che non mi farà nessuna ricevuta.
- Se vuole la ricevuta andiamo al Comissariato.
- Ma a chi la racconta! Forza che devo andare a fare la spesa al Bayon…vanno bene 2 dollari?
- Facciamo 10.
- Insisto per 2.
- Non vede che siamo in 3? Con 2 dollari non ci compriamo neanche una Coca Cola.
- Accidenti, quest’altri non li avevo visti. Va bene. Se è una Coca-Cola che volete ve la compro io!
Vado al negozio del Caltex e torno dopo due minuti con tre cannucce e tre Coche.
- Ecco: una per lei, una per lei, e una per lei!
- Grazie signore…ma ci sarebbe anche un altro nostro collega della polizia militare…non è che ne potrebbe prendere una anche per lui?
- Certo!
Torno al negozio del Caltex e prendo un’altra Coca e la porto al poliziotto militare con il caschetto nero con su scritto MP. Mi ringrazia.
Rimetto in moto la Vespa. Ci salgo in groppa.
Credevo di essere io la vittima….non mi sono reso conto subito che invece ero io… il carnefice, questa volta.