Isole nella rete e tartarughe nella corrente - michele alessandra e greta
Zanzibar e’ l’isola scrigno del tesoro del mondo, delle essenze, dei profumi, delle luci adombrate, degli organismi vivi e vegeti e marini.
E Zanzibar e’ da secoli, da sempre, crocevia anche di flussi umani; l’africa nera e gli arabi, i portoghesi ed i cinesi, gli indiani e gli inglesi, passando recentemente anche per cubani e israeliani (presenti nelle ultime decadi attraverso alleanze trasversali e servizi segreti), interfaccia da sempre delle culture e delle societa’ del mondo, tra l’islam, la chiesa, la varie mafie del mercato, gli spacciatori di schiavi, le scintille fondamentaliste, la foresta nera ed il machete a portata di mano.
Africa bella da morire / muore, gracchia il neo-lindo ferretti,
e cosi’ anche la storia di zanzibar, con migliaia di profughi recentemente fuggiti sul continente (i piu’ fortunati sicuramente in inghilterra, i piu’ sfortunati interrati nell’isola) nel gennaio 2001.
Le coste meridionali sono scarsamente affollate, con prevalenza di villaggi locali su quelli turistici;
i delfini che libeggiano in quelle coste si farebbero anche vedere, non fossero per quelle quindici imbarcazioni a motore che gli razzolano addosso per osservarli mentre saltano, incuranti del rischio di vederli trasformare in tonni tra le eliche delle barche, gonfie di cervelli kodak ed occhiali sgrinfiati.
Lungo una provinciale un camion trasporta bimbi di una squadra locale che saltano matti sul rimorchio con aria familiare; incrociandoli un brivido: la loro casacca e’ quella contraffatta della fiorentina, indossano tutti la maglia viola con sponsor giapponese e giglio stilizzato - non so se piangere o provare a scherzare - come osava ammettere r.fogli da lucca qualche decennio fa, nella chanson malinconia’, appunto.
Ma a zanzibar non pare esserci spazio per la malinconia, eccetto la tristezza nel constatare che il nostro sistema culturale qui si impone con impresari mafiosi e turisti idioti, figli e vittime dello stesso mondo;
se esci dal circuito asfittico del turismo da esportazione trovi il pescatore congo dalle origini miste che ti racconta i suoi trent’anni portati al raddoppio, trovi la famiglia che fa la stagione’ con i turisti, chi raccoglie le alghe per venderle ai giapponesi, trovi il portuale zanzibarino che e’ passato tra aree che conosci in somalia ed etiopia (e ti risale in mente l’africa bella da morire, il generale graziani, le tette e le faccette nere del proprio oscuro passato), trovi l’ufficiale governativo ancora innamorato a ragione di Nyerere, trovi il giovane indiano fuggito dal bigottismo classista del suo paese, incroci sguardi di ragazze velate che non devono guardare e poi la guardia del parco della foresta che vive l’islam come reazione al capitale che gli ha mangiato la foresta gia’ una volta.
Tutti avvolti in queste fragranze e colori che ottundono continuamente i sensi, con il motore della marea, primo vero generatore di vita, sempre roboante sotto le costelle dello scorpione.
Nella capitale di pietra gorgheggia il festival della cultura dei paesi del Dhow (imbarcazione tipica di questi approdi oceanici, flessibili ed agili per star dietro alle maree), festival di cine documenti e gruppi musicali - vince un premio un cortometraggio su una comunita’ rurale kenyiota che crea il suo link col mondo globale, costruendo un ponte che permettera’ finalmente di attraversare stabilmente il fiume irruento e costruire anche la strada per accedere al mercato ed alla societa’ estesi .
Tanti concetti assoluti racchiusi in un gesto cosi’ antico.
Da questo punto di vista zanzibar e’ uno dei luoghi piu’ globali del mondo, anzi pre-globali, fondatore del processo globalizzante, pedina prima della scacchiera della Storia, regina madre - profumata perdipiu’. Qui sono da sempre scambiate merci ed idee, il mercato degli schiavi adiacente alla chiesa cristiana, i feroci sultani arabi, i mercati delle spezie, i trafficanti d’avorio e di armi, i pirati ed il duty free.
Il dibattito e’ tutto li’.
la sfida della modernita’ (direbbe qualcuno) si gioca sullo sganciare l’appartenenza dalla terra (cioe’ puramente geografica) e rifondarla su questioni extra-territoriali’, per concepire nuove comunita’ umane, lontane per sempre dalle piccole patrie.
La vita sull’isola scorre tranquilla - e non sembrerebbe poter altrimenti - eccezion fatta per i martelli pneumatici della ditta Renco da pesaro (Marche italiane insultabile su renco-zan@renco.it & rencospa@renco.it) che stanno trivellando il corallo della scogliera per piantare i piloni di un mega resort per consulenti sfiniti o casalinghe stressate, con tanto di pontile luminescente con rotonda sul mare, su una spiaggia dove le tartrughe andavano a deporre le uova fino a solo tre anni fa !!!
c’e’ ancora qulcuno a questo mondo che crede che un giorno bastera’ pagare per far tornare una tartaruga a deporre le uova in un’area parassitata dal mercato, e quindi poter comprare la sua esistenza. Ma quelle tartarughe probabilmente non torneranno; stanno gia’ rischiando l’estinzione causa brodi e borsette per i turisti e se non avranno posti per riprodursi sara’ difficile sopravvivano a questa umanita’.
Ci lasceranno infine soli a questo mondo, sempre piu’ affollato dei nostri costrutti, palazzi, muraglie e macchine, in un mondo originalmente contraffatto.
Zanzibar e’ un isola,
cerchiamo di ricordarcelo ogni volta che andiamo a navigare’.