Vietnam 5 - Michele

Siamo arrivati a Cat Ba dopo tre ore di treno sferragliante, freccia lenta tra le risaie, ed un ora di instabile battello, con tanto di videoclips di cantanti locali (rigorosamente donne) e sboccate di bambini, per cui l’eroica colazione all’alba diventava uno sgradito ospite da sparpagliare sui vicini. Comunque siamo arrivati.
Ero al seguito della collega Giulia (36n agronoma romana) e della sua corte : il compagno Guillame, il suo amico in crisi Yvon, frqncesi, il figlio Duccio, la baby sitter Viviane ed il cane, di quelli che sgrufolano le volpi, simile a Milou ed ineguagliabile sui palloni bassi e polpacci infantili.
Sul treno l’unico con gli occhi non inclinati (o, come dicono i Vietnamiti, con il naso lungo, in confronto al loro spiaccicato tra le gote), presenta capelli rossi ed occhi azzurri.
Impensabilmente, presenta anche un accento romano, quando mi chiede se sono italiano, avendo probabilmente percepito l’infelice inflessione del mio francese alle sei di mattina (che e’ sicuramente non peggio di quello di ogni altra ora ed anno).

Cat Ba e’ un paesino arrichito da due spiagge, sull’isola omonima, incastrata nel golfo del Tonkino, Mar della Cina. Scarichiamo bagagli e magliette sudate e planiamo sulla spiaggia piu’ vicina. La sabbia e’ bollente e piena di conchiglie e sassi, di quelli che finiscono generalmente in dei vasi di vetro, dimenticati poi in qualche cantina.
Il mare invece e’ freschissimo ed accogliente. Le maree salgono e scendono portandosi e riportandosi via onde e flutti, con una costanza ed un ritmo perfetti.
Basta scegliere il proprio momento ed il bagno puo’ essere rilassante appollaiato su un anellone di gomma nella piatta, o battagliero e annaspante tra i cavalloni.
Si sta bene ovunque e cosi’ bagni stremanti riportano a spiagge di riposo.

Mi addormento inesorabilmente e mi rosolo per una qualche buona mezz’ora, prima che le onde mi arrivino ad i piedi, risvegliandomi saggiamente. Ma il danno ormai e’ fatto. Anzi, ripetuto. L’anno scorso accadde uguale.
Adesso un grande fiore inatteso squarcia e colora il mio viso, e cosi’ acogliero’ la mia bella tra qualche giorno.
A fine pomeriggio partiamo in spedizione con il tipo di Roma (Michele pure lui) e tanto blabla ed arriviamo alla seconda spiaggia. Piu’ grande della prima, con piu’ conchiglie, meno persone, ed un panorama che e’ ormai quello della famosa Baia di Halong.
Le cime di vecchie montagne sprofondate galleggiano all’orizzonte, come crostoni alla deriva, sembrano pannelli di una scenografia teatrale per dar risalto al passaggio di pescherecci colorati.

Ci offrono riso e pesce arrosto e gentilezza.
Ormai e’ sera, ci ricongiungiamo alla carovana familiare di Giulia e torniamo in paese.
La sera decidiamo di avventurarci a cena sulle piattaforme ristoranti in mezzo alla piccola baia del paese. Mirabilmente, queste piattaforme di assi di legno e galleggiate da bidoni di plastica, nascondono i frutti del mare. L’oste fiero, alzando le diverse assi, ci mostra sacche di mare racchiuse in reti, che custodiscono gli ostaggi ancora vivi delle recenti pesche. Sotto ogni asse una varietà diversa di gamberi, granchi, pesci, molluschi vari ed uno strano animale che sembra un casco con la coda, duro e verde. Ricorda la morte Nera di Guerre Stellari.
Ovviamente tante esibizione intimidisce tutti gli ospiti, la cui scelta saccheggerà inesorabilmente uno degli insiemi appena visitati.
Ci limitiamo a condannare qualche gambero (erano, in effetti, molti e stretti) e qualche granchio (più pericoloso di altri, s’intende).
Ci accontentiamo di esserci riempiti lo sguardo e la pelle, con questo mare.
La pancia la riempiremo altrove di riso.

Mi porto via un sorriso ed un enorme herpes sul viso.

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