Uganza - Michele
Chi l’avrebbe mai sospettato che tra tanta polvere, tanta poverta’ e tante sofferenza, in questa parte orientale dell’Africa si annidasse un giardino verde pacifico, spensierato ed allegro. Ed invece Kampala pare proprio cosi’, un oasi di quiete nel delirio del corno d’Africa. L’Uganda viene definita la perla d’africa e finalmente riesco a rendermene conto di persona. Rudy vigliacco, non ci avevi detto nulla !!!
Circondata da conflitti perenni, dal sudan al congo, dal ruanda alle aree turkana del kenya, che continuamente ne lambiscono, minacciano e oltrepassano I confini nazionali, l’Uganda rappresenta comunque una buona eccezione che conferma altre regole. Questo le permette di avere gli indicatori di sviluppo economico ed umano piu’ alti della regione e di goderne le conseguenze : a Kampala si puo’ camminare quantrilli la notte senza problemi, si possono usare a prezzi modici I moto-taxi (boda boda) senza subire incidenti, si puo’ chiaccherare per ore con chicchessia senza subire richieste di soldi o lavoro e non si ha la sensazione di essere continuamente avvolti dalla cappa di poverta’ e disprazione che caratterizza molti dei paesi circostanti. La gente sta bene e l’allegria che circola ovunque ne e’ il migliore indicatore. Un altro bell’indicatore illuminante e’ che in questo paese a stragrande preponderanza cristiano, nelle tre settimane che l’ho girato non ho trovato una sola persona o articolo del giornale che non fosse irritato con I governi americano ed inglese per le vigliacche gesta militari in Iraq e infuriato con il proprio che fa parte degli alleati’, per esserne ripagato in armi, per combattere contro il Ruanda (altro alleato nel variopinto e meschino fronte anti-iraqueno) sul campo neutro (e ricco) delle foreste congolesi. I nuovi capi dicono che la pace si fa con le armi…
Scavando un po’ oltre questa superficie si scopre poi che anche l’Uganda ha subito periodi drammatici, anche recenti : il governo razzista ed affamatore di Idi Amin, gli scontri tra gruppi armati cattolici e protestanti, le razzie dei generali del nord, l’esercito di folli invasato guidato da una santona sconfitto per miracolo alle sorgenti del Nilo, I terroristi dell”Armata di Resistenza del Signore’ che rapiscono bambini nelle aree Acholi per formarli alla causa ed I massacri originati da razzie di bestiame tra I diversi clan dei Karamoja.
Scavando oltre si scopre che un po’ tutti sono in verita’ scontenti ed il governo che li ha rimessi sui binari, li sta ora portando verso lidi che non vorrebbero, e forse dopo diciassette anni e’ anche tempo di cambiarlo, cricche e brogli permettendo.
A me, date le affinita’ e curiosita’ per le societa’ pastorali, e’ toccata l’ultima area. Karamoja rimane nel nord est del paese, l’area piu’ arida e povera del paese e con alti livelli di conflittualita’ interna.Gli israeliani nel 1970 ed I koreani nel 1988 hanno tentato di mettere ad irrigazione queste terre, fallendo abbastanza miseramente ma lasciando un sogno incompiuto nelle menti locali.
In questa area di pazzi ho avuto l’onore di incontrare folli nostrani che mi hanno accompaganto con le loro memorie ed I loro consigli. Missionari comboniani ottantenni e giovani volontari appassionati. L’italia e’ davvero un popolo di poeti, navigatori e pastori Il recentemente defunto missionario Bruno Novelli ha lasciato una scia di pubblicazioni illuminanti sulla cultura e l’etnosociologia di questi popoli, mentre altre piccole NGO italiane lavorano per attenuare alcuni problemi strutturali della regione.
Un italiano meno poeta di altri che pero’ ha voluto comunque lasciare un segno e’ il precedente ambasciatore L. Napolitano, la cui targa luccicante consacra il suo nome nell’epico sforzo di elargire fondi per consruire dieci metri di canaline per scolare l’acqua di un quartiere di Moroto, una delle citta’ distrettuali di Karamoja.
Bruno Novelli insegna di come ancora da queste parti si utilizzino gli aruspici che interpretano le viscere animali per predire carestie e conflitti. Il bello e’ che pur nel suo ruolo di missionario cristiano, anche lui riconosce il valore culturale ed la valenza sociale di queste pratiche e chiede di comprenderle, non di eradicarle.
Crediamogli.
Ajok