Forgeron - Riccardo
Aprile, al confine tra Burkina Faso e Mali, un villaggio di nome Tibou, una piccola collina rocciosa a ridosso del villaggio, caldo, vento, sabbia, le acacie albide disegnano un paesaggio rosso.
Una trentina di persone a Tibou a fare ciò che i tecnici della lotta contro la desertificazione chiamano le “opere CES (Conservation des Eaux et des Sols)”, strano parlare di Sols in mezzo a tutta questa sabbia, incredibile parlare di Eaux.
Oggi diguettes o cordons pierraux come li volete chiamare, la più piccola delle opere CES, una fila di sassi disposti lungo le curve di livello precedentemente misurate grazie ad un livello ad acqua che altro non è che un tubo di
plastica pieno d’acqua sorretto ai lati da due bastoni.
In più c’è il patron/nassarà/bianco che è venuto per sperimentare una nuova tecnica per fare le diguettes.
La sua tecnica cosiste nel fare delle diguettes utilizzando dei sacchi di juta riempiti di terra e semi di erbe selvatiche, obiettivo fare a meno dei sassi e quindi del camion per il trasporto, avere da subito delle piccole diguettes in terra parzialmente permeabili e in seguito delle bande inerbite.
Scetticismo tra i presenti, le termiti si mangeranno subito i sacchi di juta pensano i paysans ma non sanno se dirlo o no al nassarà con le sue strane idee. Il nassarà spiega che le termiti mangeranno i sacchi ma durante le pioggie i semi
germineranno, le erbe cresceranno e stabilizzeranno le diguettes e così i sacchi cesseranno la loro funzione…vabbeh si vedrà, cominciamo il lavoro.
Una squadra “disegna” le curve di livello, un’altra mescola la terra con i semi di erbe selvatiche e riempie i sacchi di juta, la terza dispone i pesanti sacchi pieni lungo le curve di livello, il patron/nassarà coordina e controlla.
Il campo da sistemare si snoda giusto ai piedi della collina rocciosa, la prima diguette è già arrivata a circa 30m dalla collina, tutti lavorano, uno dei paysan presenti e facente parte dell’équipe numero tre si ferma e si siede sui sacchi già disposti, gli altri continuano a lavorare fino a terminare la prima linea di sacchi ai piedi della collina.
Si comincia la seconda linea, tutti al lavoro, la storia si ripete, quando i sacchi arrivano a circa 30m dalla collina lo stesso paysan si siede e guarda gli altri lavorare fino alla fine della diguette.
Terza linea, il paysan si alza e lavora alacramente insieme agli altri, ormai è sotto lo sguardo attento del patron/nassarà/bianco. Quando la diguette è arrivata quasi all’altezza dei 30 m precedenti, le donne del villaggio arrivano con l’acqua ed il t, il cantiere si ferma, tutti cercano riparo all’ombra per mangiare e riposarsi, si formano dei
circoli di 6 o 7 persone.
Il nassarà prende posto con il capo villaggio e gli anziani, con lo sguardo cerca il paysan “30 metri” e lo scopre da
solo sotto l’albero più lontano dalla collina.
Le donne dispongono i piatti al centro di ogni circolo di uomini, nessuna si reca per lasciare il pasto al paysan “30 metri”, il più giovane uomo del gruppo allora si alza prende un piatto, lo riempie e glielo porta.
Si mangia in silenzio, il nassarà riflette.
Alla fine del pasto il nassarà chiede al capo villaggio l’autorizzazione per salire sulla collina per fare delle foto dall’alto al cantiere, il capo villaggio sorride contento e concede il permesso di salire sulla collina sacra.
Il nassarà sale, fotografa, riscende. Al suo arrivo il nassarà convoca il paysan “30 metri” ed un altro paysan e gli comunica un cambio nelle équipes, il paysan “30 metri” fara parte dell’équipe che prepara la terra e riempie i sacchi, è l’équipe che lavora a 100m dalla collina, l’altro lo sostituerà nella disposizione dei sacchi. Il paysan “30 metri” sorride contento.
Si riprende il lavoro, tutti lavorano alacramente, nessuno si ferma se non per dissetarsi, il paysan “30 metri” non si ferma mai, da solo riempie più sacchi dei suoi compagni di équipe.
E’ difficile fare parte della famiglia dei forgeron in africa.