Un olio che sa di pace - Arturo Marzano

Ana bahub lFalastina, ana bahub lFalastina, io amo la Palestina, io amo la Palestina. La voce quasi rotta dall’emozione. Stentava a crederlo. Eppure, era proprio questa la frase stampata sulla maglietta indossata con orgoglio da Iossi, un ragazzino israeliano di diciassette anni. Incredulo, Mahmud, un contadino palestinese di una quarantina d’anni di un villaggio nel nord della Palestina, Jama’in, situato accanto all’insediamento di Ariel.
Huwwe yahudi, huwwe israili, lui è ebreo, lui è israeliano, continuava Mahmud, rivolgendosi alla madre settantenne, anche lei sorpresa ed emozionata per la presenza di un gruppo di circa cinquanta pacifisti israeliani, che, sabato scorso, avevano deciso di andare a raccogliere le olive nel nord della Palestina, di quello che, chissà, forse, un giorno, diventerà lo stato palestinese tanto sognato e tanto atteso.
Sono i pacifisti di Taayush, un gruppo misto di arabi ed ebrei israeliani, di Black Laundry, un’associazione di gay e lesbiche israeliani, di Yesh Gvul, l’associazione che appoggia i soldati israeliani che si rifiutano di “servire” nei Territori Occupati.
Sono quelle donne e quegli uomini, quei ragazzi e quelle ragazze che, più di tutti gli altri israeliani, hanno capito il momento terribile che sia Israele sia la Palestina stanno vivendo in questo momento. Perché non sono solo i palestinesi sull’orlo del baratro, non sono solo i palestinesi che rischiano, forse come mai nella loro storia, di essere spazzati via dalla politica assurda e folle del governo Sharon. Anche Israele è vicino a quel baratro, perché non può che essere così per un paese che ha deliberatamente scelto la strada dell’apartheid per tre milioni di persone, che ha votato leggi razziste e discriminatorie per il venti per cento dei propri cittadini, che sta progressivamente smarrendo quei valori democratici di cui, da sempre, l’ebraismo mondiale si è fatto portavoce.
E sono proprio questi “traditori”, come Sharon chiama chi osa dissentire dalle scelte del suo governo, che dimostrano di amare Israele più di tutti gli altri, che con ostinazione combattono per evitare che il loro paese possa girare completamente le spalle alla democrazia e sprofondare in una spirale di autoritarismo, militarizzazione e progressiva cancellazione persino delle più elementari libertà individuali e collettive.
Iossi non era il solo “traditore” a portare una maglietta con una scritta così bella. Molte erano le bandiere palestinesi, da sole o accanto a quelle israeliane, stampate sulle magliette o sui pantaloncini che questa cinquantina di israeliani “di sinistra” indossavano per aiutare i palestinesi nella raccolta delle olive.
Un gesto così semplice, eppure così difficile. Così normale, eppure così speciale.
Sono, infatti, questi i mesi in cui si raccolgono le olive per produrre l’olio che darà il sostentamento a tante famiglie palestinesi. E sono proprio questi i mesi in cui molti coloni israeliani dimostrano le loro attitudini violente e razziste, cercando di impedire la raccolta con azioni di disturbo o vere e proprie spedizioni punitive contro i contadini, nel totale disinteresse dell’esercito israeliano, che si trova lì per difendere i coloni israeliani dalle aggressioni dei palestinesi, e mai viceversa.
Ma non è solo questo il motivo che rende il gesto della raccolta delle olive così prezioso ed emozionante. E’ la sensazione che, nonostante il muro che sta dividendo la Palestina in una serie di ghetti e di prigioni a cielo aperto, nonostante l’indiscriminata violenza dell’esercito israeliano, nonostante la vergognosa e cieca brutalità degli attentati kamikaze, nonostante il clima asfissiante ed opprimente che si respira qui, un episodio come questo possa ancora dare speranza, aprire uno squarcio di luce nel buio di questi anni, ricominciare a rendere fertile una terra divenuta arida per la tanta violenza e intolleranza.
E, allora, vengono quasi i brividi all’idea che poche persone, con le mani sporche di terra e le braccia graffiate dai rami degli olivi, possano controbilanciare quei poteri forti che stritolano, con i loro ingranaggi, anche il più piccolo segnale di pace.
E allora, chissà, forse si può anche provare ad alzare lo sguardo e a vedere lontano, sulle colline della Palestina, tra quegli oliveti che ancora non sono stati sequestrati per “motivi di sicurezza” dagli insediamenti in espansione, tra i teli di stoffa stesi sotto gli alberi per raccogliere le olive, nelle bottiglie che contengono l’olio prodotto, il germe di una pace che stenta a crescere, ma che non muore mai, che non morrà mai finché esisteranno persone disposte a rischiare in prima persone, a non obbedire agli ordini sbagliati dei propri superiori, a dissentire dall’opinione comune, e a scegliere la giustizia e la pace.

16 ottobre 2003
Arturo Marzano
Coordinatore dei progetti di UCODEP in Palestina

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