fotograffiando… - TIBET - Greta

Dopo un mese e mezzo dritto di lavoro, ieri notte alle 3 e mezza ho mandato
la prima bozza del rapporto per il progetto coi pastori tibetani.
Conseguentemenete abbiamo usufruito del PRIMO giorno di vacanza da quando
sono arrivato quassu’.
Alle dieci l’amico – nonche’ autista del progetto – Tsering Jimme
(tradotto: ‘intrepido immortale’) e’ venuto a prenderci per andare a
conoscere la sua famiglia. Dopo un mese e mezzo di interviste ad allevatori
locali e governatori di frontiera sui problemi della pastorizia, abbiamo
cosi’ scoperto che anche il nostro autista proviene da una famiglia di
pastori (ed e’ probabile che la’ torni una volta finito il progetto).
Tante domande potevano semplicemente essere state fatte a lui.

Arrivati a casa sua, lungo una strada di contea, di fronte a pascoli,
vallate e montagne, uno stormo di bimbi ci avvolge, al tempo stesso
cordiale e curioso – comunque silenzioso. Pensiamo siano tutti i bimbi del
vicinato, invece sono solo i fratelli e le sorelle di Tsering: un totale
proletariato di 15 infanti. Se la cultura tibetana rischia l’estinzione, il
popolo tibetano fa parecchio per evitarla…
In mezzo a questi spiccano quattro persone dall’aria decisamente piu’
vissuta, e crediamo di intravedere in un’anziana piegata in quattro la
madre di tanta prole, sfibrata dalle condizioni dell’altopiano e dale
figliolanze. Invece quella e’ la nonna. La Madre del tutto compare poco
dopo, una signora ancora bella e decisamente estremamente vegeta.
Il marito, piu’ anziano, pare meno in forma e piu’ esausto dallo sforzo:
miracoli dell’altopiano. Un cumulo di peli gli adorna il capo, mentre un
intralcio di denti gli ingombra, ancora per poco, la bocca. Insieme
ricordano Sandokan e Marianna una sessantina di anni dopo l’incontro
fatidico sul vascello di Adolfo Celi.

Gozzovigliamo subito a suon di yogurt di yak (meraviglia di questo mondo) e
di tsampa (un impasto locale di orzo tostato, burro, formaggio e zucchero).
Entrambi i cibi sono ben calibrati per fornire senso di pienezza e calorie
per il freddo circostante. Nella stanza da pranzo c’e’ anche un giovane
monaco, seduto gambe incrociate su un divano,. che mormora preghiere e
letture e sgrana un rosario. Davanti, un tavolo con bibite e biscotti,
entrambi molto colorati, elementi votivi e beneaugurali. Ci dicono sia un
nipote, chiamato in questi giorni a pregare in casa (sorta di benedizione
sulla famiglia). Sfoglia le pagine rigide di un affascinante libro antico,
nel chiasso delle chiacchere in cui nessuno sembra rispettare il suo gesto
(secondo I nostri criteri). La fusione di tradizione e modernita’ provoca
strane sensazioni.

Dopo quisquilie e convenevoli, usciamo ed iniziamo a brigliare I cavalli
per fare un bel giro. Mentre gli animali vengono raggruppati,
tranquillizzati ed addobbati, Tsering mi chiede se possiamo fare una foto
di famiglia con la macchina digitale del progetto: senza dubbio possiamo,
pero’ bisognerebbe trovare un quartetto di pile per dare carica alla
macchina. Mandiamo una frotta di fratelli a comprarle in bicicletta lungo
la strada. Tornano con delle pilette che pesano gia’ scariche mentre le
spacchetti. Ed infatti. Altro giro in bici, altre pile, stesse scariche.
Intanto la famiglia si era pazientemente composta ed io avevo sagacemente
trovato lo spazio nell’obiettivo per infilare quindici bimbi e gli altri
soggetti (per un totale di due squadre di calcio) dai peli arruffati e gli
abiti imperdibilmente tradizionali, senza mancare lo scenario montano
innevato sullo sfondo, e cogliendo i pochi barlumi di luce solare tra le
tovaglie di nuvole. Terza missione, con tutti in attesa ai posti di
fotografamento, ed ancora la pile nuove arrivano gia’ scariche. Niente,
rimandiamo la foto ufficiale, perche’ la macchina senza pile non funziona
ed i cavalli scalpitano, insieme a tutti gli altri, per il freddo.

Partiamo alfine cavallerescamente per i pascoli che portano sotto la catena
di monti e neve, pronti ad imboccare una valle e salire un poco. Tira un
vento stilettante, indosso un passamontagna da chapatisti, che scalda e
rallegra il cuore ma fa ben poco contro il vento. Il cavallo pero’ trotta,
ed io lo seguo senza dubbio. Incontriamo una mandria di Yak paciosi, col
pelo strinato dal vento ma beati nel loro pascolo. I pensieri si srotolano
lungo i torrenti, s’inerpicano sulle rocce e seguono aquile e falchi nei
loro voli in caccia di topastri e marmotte. Risaliamo un poco una valle da
cui scende un fiotto d’acqua congelato: dopo poco la presenza di cani
ringhiosi e nuvole grigie ci fa desistere dal proseguire. Rientrando ci
nevica addosso - bubboliamo dal freddo – tutta la parte esposta al vento e’
congelata, anche i cavalli non se la godono e trottano veloci verso il
ritorno – quando reincontriamo la mandria di yak, sono sempre li’, con un
cappotto di neve, impassibili, a brucare.

Rientriamo a casa e ci mettiamo un quarto d’ora per riesumare i
polpastrelli davanti alla stufa. Poi arrivano tronchi di pecora arrosto e
patate lesse: tutto si scioglie in bocca, anche i sorrisi. I pasti sono in
genere silenziosi da queste parti, un po’ per rispetto, un po’ perche’ se
chiaccheri anziche’ concentrarti sul mangiare, il cibo fa presto a freddare…
Finiti arrosti, chiacchere e scherzi, riaffiora la missione
foto-di-famiglia. Qualche nipote ha procurato altre pile, da altre
botteghe, di altre marche: rinasce la speranza, ma credo di sapere che
sara’ inutile. Infatti la macchina neanche si illumina (almeno !..).
Il fatto e’ che tenere delle pile (gia’ scarse come qualita’) esposte al
sole a queste altitudini le azzera totalmente – dissinergia di energie –
quindi c’e’ poco da fare. Recuperiamo pero’ pile usate da altri macchinari
(di cui avevano goduto dell’ombra) e la macchina ripiglia pigolo. Spengiamo
tutto, ricomponiamo la famiglia, riarruffiamo le capigliature, ritrviamo il
monte e siamo pronti. Clic.

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