Albania mon amour - Stefano

Kacinari, Mirdita, Albania, Europa - Anno Domini 2003
MISSION N°1: SUPERARE L’ISOLAMENTO CULTURALE

Udine, Agosto 2003 - Un gruppo di 11 persone molto diverse tra di loro, ma unite dalla curiosità e da un progetto comune, parte per Kacinari, villaggio sperduto nelle montagne dell’Albania del nord, dove da anni opera una missione Vincenziana. Lo scopo del viaggio è sia quello di portare degli aiuti che quello di condividere con i bambini che frequentano la missione una settimana della propria vita all’insegna del gioco.

Prima di partire per l’Albania, discutendo su ciò che saremmo andati a fare in questo paese tanto vicino quanto sconosciuto, mio fratello mi ha posto una domanda che mi sarebbe girata per la testa come un tarlo per tutta la settimana di viaggio e a cui ho saputo dare risposta solo dopo il mio ritorno: “Non sarebbe stato meglio mandare sul posto qualche persona in meno e portare a destinazione qualche soldo in più?”.
Inizialmente non l’avevo presa molto sul serio e non ci avevo pensato troppo su; giorno dopo giorno, confrontandomi con una povertà profonda come non avrei saputo immaginare, la domanda riaffiorava e di tanto in tanto mi poneva dubbi: qui con qualche migliaio di euro si costruiscono case intere e ci sono famiglie di sei persone che vivono in una stanza con un fornelletto elettrico come cucina, la televisione con l’antenna parabolica, un divano, un letto matrimoniale e poco più (no acqua, no gas, no fogna, elettricità poche ore al giorno, caminetto no optional).
Intanto i giorni trascorrono in compagnia di una selva di bambini e bambine assetati di sorrisi e carezze, di semplici attenzioni e non di giochi iperbolici e mozzafiato. La meraviglia, l’indignazione iniziale per lo stato in cui si trovano in questo paese le persone con meno di quindici anni diventa man mano confidenza, quotidianità. Una delle cose più belle è scoprire come questi bambini e ragazzi imparino pian piano a concepire la nostra presenza e le nostre persone come qualcosa di normale e non più come qualcosa di extraterrestre: da queste parti agli occhi della gente gli italiani sono contornati da un’alone di superiorità. Anche pranzare assieme sulle panche della chiesa diventa normalità, ed é proprio questa sensazione che ci permette di entrare in relazione con loro.
Allora dopo un pò non ti stupisci più delle loro facce mocciose e polverose o delle loro ciabattine bucate con cui si inerpicano per sentieri aspri come le bacche di corgnolo che ti offrono camminando lungo la strada che porta al fiume, dove i giovani maschi fanno il bagno ogni pomeriggio esibendo tutta la loro virilità in tuffi mozzafiato e giochi d’acqua e di forza. Le bambine fuori dall’acqua a guardare, le ragazze più grandi rinchiuse in casa ad aspettare il promesso sposo di un’altro villaggio che un giorno le porterà via. Non ti stupisci più allora quando ti presentano una faccina perennemente imbronciata di nome Mirieta, alta come una bambina di un’anno e mezzo, che non parla ancora, e poi ti dicono che di anni ne ha tre e mezzo. Non finisce mai di stupirmi invece l’infinità ospitalità che hanno nei nostri confronti e che si materializza con piccoli ma enormi gesti; con l’offrirti tutto di quel poco che hanno: l’uva e la rakja nella casa di una famiglia composta da dodici persone, i fichi dolcissimi che crescono sui dirupi lungo il fiume e che solo la loro abilità di lucertole spericolate con ciabattine bucate é capace di procurarti al ritorno dal bagno pomeridiano. Intanto i giorni passano e la domanda-tarlo di tanto in tanto fa capolino tra i pensieri e si mescola con la certezza che qui c’é tanto lavoro da fare: una fontana comune, una strada asfaltata per arrivare al mercato più vicino (distante due ore di sterrato in furgone), un ambulatorio…….sono mille le cose necessarie per una vita dignitosa che qui mancano.
Col passare dei giorni però la confidenza e la quotidianità si trasformano, forse anche solo per la stanchezza di fare una vita che non é la tua. Dopo che ti sei posto un milione di domande e hai fatto migliaia di confronti tra la tua cultura e la loro, hai cercato di relativizzare tutto e hai la sensazione di esserti immerso (almeno parzialmente) nella loro vita e di trovarti semplicemente in una delle realtà possibili, che non va giudicata, ma va presa per quello che è, allora quella confidenza che ti sembra di aver loro guadagnato ti dà l’impulso e quasi il diritto di provare quella rabbia che aspettavi da giorni e cercavi quasi di non far affiorare. La rabbia pura nel constatare, senza riuscire a giustificarlo culturalmente in nessun modo, il fatto che da queste parti i bambini sono gli ultimi a mangiare e i primi (ma non gli unici) a prendersi i ceffoni. E ti chiedi: cosa ha a che fare tutto ciò con la povertà di beni materiali? Risposta: nulla! E allora la domanda-tarlo ritorna: avremmo potuto portare qui molti più soldi e fare molte più cose per questa gente. Ma cosa sarebbe cambiato? Risposta: nulla!
A Kacinari, per esempio, esiste una scuola e tutti i bambini e le bambine hanno il diritto di frequentarla. Il maestro però ci va quando gli pare, non c’é nessuno che viene a controllare quassù. I genitori non si lamentano, i bambini sono conteni di poter giocare a pallone invece che stare rinchiusi in un’aula, il maestro é contento perché può pensare al suo orto e ovviare così al suo misero stipendio da statale: tutti contenti, e intanto nei libri di scuola il sole viene fatto passare per la stella piu grande e luminosa dell’universo. Rivoluzioni cosmiche: come le bambine che alla fine si sono buttate in acqua, seppur vestite, perchè le ragazze italiane lo avevano fatto. Microrivoluzioni: come quando dopo qualche giorno ti accorgi che la segregazione durante il pranzo in chiesa (maschi a destra e femmine a sinistra) incomincia a saltare e qualche bambina mangia allegramente accanto a un bambino. Cose piccole, ma importanissime. Cose che succedono solo quando si vive assieme e si condividono esperienze. Cose che non accadranno mai per merito della televisione (unico veicolo di comunicazione culturale tra i nostri due popoli).
Tutti, anche i più poveri, in Albania hanno la televisione con l’antenna parabolica e a noi italiani ci conoscono perché ci vedono da quella finestra là. Non é uno scherzo, ma tante persone in Albania pensano ancora che gli italiani siano un popolo che vive rispondendo alle domande dei quiz televisivi. Anche noi del resto gli albanesi li abbiamo conosciuti principalmente attraverso quella finestrella là: le navi cariche di uomini anonimi, i gommoni, la criminalità, la prostituzione, pezzi distanti di realtà. E così noi Italiani pensiamo di conoscere gli Albanesi e gli Albanesi pensano di conoscere noi. Molti italiani dal cuore tenero inviano aiuti di ogni genere per migliorare le condizioni di questo paese disperato mentre gli Albanesi più intraprendenti sfidano le leggi e le pistole internazionali cercando di migliorare la propria vita venendosi a strappare un brandello di benessere lavorando qui da noi. Ovvio e fisiologico, ma isolante.
Dopo cinquecento anni, infatti, dopo l’occupazione ottomana, le rivolte inutili, l’occupazione fascista e cinquant’anni di dittatura comunista, mentre fuori si costruisce l’europa unita, questo popolo e questa terra continuano a rimanere sospesi, isolati nel tempo e nello spazio, fuori. Ed é questa la povertà più grande e più preoccupante che ho visto. E’ questa la vera emergenza albanese. L’impermeabilità delle nostre culture e delle nostre vite che nulla fa cambiare in ciò che veramente conta.
E allora quando mio fratello mi riproporrà quella domanda io gli risponderò: “No, ha molto più senso conoscersi, toccarsi, annusarsi, sorridersi, parlarsi e avere duecento euro in meno che guardarsi da sconosciuti attraverso la televisione e avere duecento euro da spendere in cose che non cambieranno la vita di nessuno”.
E allora mi sento di rigraziare tutte le persone come padre Vittorio (fondatore della missione Vincenziana di Kacinari, di cui siamo stati ospiti) che al di là degli aiuti materiali si preoccupano di far incontrare le persone, le culture, le idee e i sentimenti, senza i quali non si va da nessuna parte.

Stefano Gion Fattori

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