Sao Joao Das Missoes, Minas Gerais, Brasile - Filippo
Stringere centinaia di mani tutti i giorni,
essere chiamato da centinaia di bambini,
salutare e essere salutato con il pollice alzato per le strade della cittá,
bestemmiare per il caldo che avvolge tutto
riempirmi di birra e cachaca con curiosi vecchini, di cui sono giá profondamente innamorato;
Questo riempie la mia quotidianitá in questo paesino nel nord del Minas Gerais, mentre infradito ai piedi mi muovo da una casa allaltra per fare interviste. Sono tornato, da piú di due mesi, qui nel cuore (o nel culo) del Brasile.
Allinizio di questi due mesi mi sono emozionato ed esaltato per il lancio ufficiale della campagna politica di Zé Nunes il mio amico indio candidato sindaco. Una giornata in cui migliaia di indios, stipati nel cassone di camion e pick-up, gridavano il nome di Zé Nunes, coperti della polvere delle strade sterrate della riserva dirigendosi al paesino sede del municipio, in un immenso serpentone di mezzi, dai quali svettavano le bandiere rosse con la stella del Partido dos Trabalhadores.
àA questo sono seguiti numerosi comizi dove gli indios tentavano di competere con la ricchissima campagna dellavversario, lattuale sindaco che possiede un jet privato e una fazenda dove ha unarmeria, un buggy e un jeeppone. Gran parte di tutto questo é stato comprato con fondi federali destinati alla riserva indigena e non alle tasche del giovane rampante sindaco, giá eletto due volte con i voti degli indios. Ma ora gli indianini si sono stancati di sostenere questo personaggio, e hanno lanciato il loro sindaco. Sarebbe il secondo sindaco indio di tutto il Brasile.
La lotta politica si svolge attraverso i comizi: da una parte lattuale sindaco impiega tutte le sue risorse economiche in comizi animati da cantanti regionalmente famosi che cantano in cima a enormi “trios eletricos”, camion ricoperti di casse acustiche, resi famosi dal carnevale di Bahia, il tutto mentre il cielo di questo micropaeseino é illuminato da spettacoli pirotecnici.
àDallaltra parte gli indios rispondono con palchi costituiti dallunione di due camion, dai quali svettano: i candidati consiglieri comunali indigeni, molti dei quali analfabeti, il candidato sindaco, lo sfigatissimo gruppo musicale indigeno “Os panteras” e anche anziani “repentistas” cioé àimprovvisatori poetici. Il tutto accompagnato da popolarissimi, quanto insopportabili, al posto dei fuochi artificiali.
In entrambi i tipi di comizi larredo urbano é arricchito da numerosi ubriachi spoliticizzatià sdraiati sotto i palchi.
Mentre sognavo giá la vittoria dei miei amici indios, sentendomi, per la prima volta nella mia vita, vicino a una lotta politica partecipata e promossa completamente dal basso sono arrivati i primi problemi che mi hanno riportato sulla terra.
Dal momento che sto studiando un gruppo di indios che rivendicano le terre, gli avversari politici degli indios si sono inventati che sono qui per aiutare gli indios a ricevere le terre. In una campagna politica senza esclusione di colpi usano questo argomento per intimorire lelettorato bianco e convincerlo a non votare per gli Indios che possono rubargli le terre. Anche unintervista che rilasciai a un giornale che parlava solo della situazione delle terre indigene dello stato, é stata strumentalizzata.Tale articolo fotocopiato é stato fatto girare nelle case, dove a parte dellelettorato veniva detto che ero qui per dare le terre agli indios. In realtá non céra scritto questo, ma siccome molti qui sono analfabeti, una volta che veniva letto loro l’articolo, dal politico di turno, loro ci cascavano.
Qui la campagna politica si fa entrando di casa in casa.
Lantropologo italiano che vi stá scrivendo ha castrato i suoi desideri di spaccare la faccia e litigare con tutti gli avversari degli indios.
Tentando di fare il superiore, ho abbandonato un pó i comizi e la scena politica cercando, con scarsi risultati, di staccare la mia immagine da quella di alleato ufficiale degli Indios, nonostante quest’ultimi, ineffabili, continuino a ringraziarmi ai loro comizi.
Ora passo le mie giornate a convincere gli indios a non invitarmi a parlare ai comizi, e a sopportare le infamate degli avversari ai loro comizi. Questi ultimi si inventano qualsiasi cosa: “gli italiani sono qui per comprare le terre” o “per ricoprire una carica importante, qui in paese, se gli indios vincono”. Forse nemmeno Berlusconi é capace di cotanta inventiva.
Tutto questo continua, da circa un mese e peggiorera fino al 3 Ottobre giorno delle elezioni. Come in una girandola impazzita mi sento adorato dagli indios e odiato dagli avversari, in entrambi i casi senza comprenderne completamente il motivo.
Il dibattito politico per le strade non é molto complesso. Si svolge attraverso due parti fondamentali: lurlare da una parte allaltra della strada: “12 !” o “13 !” (i numeri ai quali sono abbinati i due partiti in opposizione) e nel diffondere a un volume piú alto dellavversario le musichette politiche. Non ho mai sentito musica a un volume cosí alto. Le simpatiche musichette che mi svegliano alle 7 e mezzo tutti i giorni e continuano fino alle 10 di sera, sono orrende. I generi sono: pessimo funky, orrido “certaneio” (una specie di country romantico brasiliano), cover delle peggiori canzoni brasiliane del momento, e naturalmente forró (la danza piú popolare in Brasile oggi, una specie di liscio con fisarmoniche e tastierine elettroniche). Le parole delle musiche invece esplicano, piú o meno, i programmi dei candidati.
Mentre il sempre piú nervoso antropologo italiano si sveglia con questo micidiale cocktail musicale (abito di fronte al comitato elettorale degli indios) e con gli insopportabili botti lanciati àsopra il tetto della casina, si chiede perché in uno dei paesi del mondo piú ricchi musicalmente nessuna delle canzoncine che invadono la cittá sono minimamente ispirate al samba o alle musiche di Chico Buarque, Caetano Veloso, Tom Jobim, Gilberto Gil ecc….
Ma soprtattutto: à”perché con quest’immensa ricchezza musicale, qui hanno sfondato Laura Pausini e Tiziano Ferro?”.
Rifletto sui misteri della globalizzazione e sul perché il lanciare in pieno giorno botti che fanno un casino mostruoso, possa provocare un notevole godimento al simpatico lanciatore. Quando smetto di riflettere e di intervistare gli indios in cerca di terra, accudisco la mia jeep, una vecchia Lada Niva rossa. Pur essendo, fra le jeep, sicuramente la piú comunista, non vi ho trovato nessuna di quelle caratteristiche di praticitá àgran vanto del socialismo reale. Ogni giorno si rompe un pezzo diverso. Una notte si sono bucate due gomme: una si cambia, ma per laltra non ci sono versi. Soluzione: ho lasciato la jeep al suo destino su una delle strade sterrate della riserva indigena e ho aspettato che passasse qualcuno. Osservando incessantemente lo splendido cielo dellemisfero sud finalmente é passato un autobus stipato di persone che tornavano da un comizio. Mi sono aggiunto a loro e abbiamo fatto 70 chilometri di strade sterrate, ricoprendoci di sabbia. Vecchi, bambini, (qualche immancabile ubriacone) e lantropologo italiano tutti giallastri di polvere, sopportavano le buche e la polvere ridendo cantando e scherzando alla brasiliana. Cosí ho abbandonato per un pó di giorni linsopportabile jeep, muovendomi solo dietro a vecchi camion, stracolmi di persone che, come se niente fosse, affrontano viaggi scomodissimi, sdrammatizzaando tutto, ridendo quando la vecchina cade sul bambino, quando il bambino vomita sulla fiancata del camion, quando bisogna scendere per affrontare una salita o il mezzo si impantana.
Forse, soprattutto per questo, mi piace questa gente, nonostante i loro botti.
E, seppure in modo piú nascosto, aspetto con impazienza il 3 ottobre, per vedere se i “miei” indios vincono queste elezioni. Se questo accadrá, torneró a emozionarmi di nuovo per questa piccola rivoluzione popolare a cui, mi illudo, di stare partecipando.
àUn bacio
Il vostro, Filippo, cioè l’antropologo italiano