La settimana piú lunga, a Sao Joao das Missoes - Filippo

Avevo scritto, dei miei problemi con lo schieramento politico cheàsi opponevaàal candidato sindaco Indigeno “Zé Nunes”. Piu’ che altro erano problemi che loro avevano con me, visto che io non avevo nemmeno parlato con questi candidati consiglieri comunali,àma loroàmi infamavanoàdai palchi dei comizi.

Fino a quel momento l’aggressione era stata solo verbale, poi a una settimana dalle elezioni, il clima si é surriscaldatoàulteriormente.

Lunedí 27 settembre alle 10 e 20 di mattina quando mi recavo a fare le mie interviste armato di zainetto e infradito sono stato assaltato da tre “simpaticissimi” negroni che mi hanno intimato di uscire dalla cittá, dicendomi che avevo una settimana di tempo per andarmene. Mi minacciavano dicendomi frasiàcon poco senso compiutoàaggiungendo che non potevoàfare foto in giro per la cittá. I tre armadi che mi hanno aggredito non sembravano convinti né attenti di fronte aiàmiei tentativi di spiegare che ero lí per fare una ricerca e che non avevo niente a che fare con la politica locale, e che era normale che facessi foto alla cittá visto la sopracitata ricerca. Per mia fortuna non avevo con me la macchina fotografica, che stavano cercando, ma solo il registratore. Quest’ultimo, forseàconsiderato come pericolosa arma dell’antropologo, mi é stato sottratto a forza. Altra cosa per cui sono stato fortunato é che non ho subito particolare violenza fisica, se non una stretta al collo, chiamata tecnicamente “cravatta”, che ti toglie il fiato ma non ti lascia segni.

Mi sono accorto da subito che gli assaltatori erano professionisti, che agivano su commissione; la loro sfortuna é stata che la collanina indigena che indossavo, ha lasciato per tre giorni il segno sul mio collo.

Cosí, sia nel paesino, sia di fronte ai poliziotti ai quali ho denunciato l’accaduto i segni della violenza ricevuta risultavano evidenti.

Dopo l’aggressione, insieme ad alcuni amici locali siamo tornati nel luogo dove era avvenuta, per cercare questi tre, abbiamo trovato solo un testimone (un vecchio giardiniere del campo di calcio) che piangendo si rifiutava di testimoniare, con la paura di perdere l’impiego.

L’omertá di quest’ultimo era giustificata dal fatto che, a detta di tutti, gli assaltanti, erano guardie del corpo dell’ attuale sindaco della cittá, avversario dell’indio Zé Nunes. Sicuramente i tre non erano del luogo, che é talmente piccolo che, almeno di vista, tutti si conoscono (io compreso). Questi tre invece nessuno li aveva mai visti.

Dopo la mia aggressione il paesino, e soprattutto la pensione dove alloggio, sono stati teatro di un dramma popolare che haàavuto come protagonisti Dona Enedina, proprietaria della pensione e mia nonna adottiva brasiliana, che ha cominciato a piangere ed é stata quasi colpita da una sincope,àle famiglie del gruppo su cui stavo facendo ricerca che hannoàinvaso la pensione per sapere mie notizie, i moltissimi bambini che si intrufolavano fra le gambe di tutti per correre da me eàchiedermi seàero “machucado” (= ferito).

La solidarietá popolare é stata sicuramente la parte piú bella di questa storia. Una solidarietá che ha preso anche altre forme, come per esempio, le ripetute l’offerteàdi protezioneàda parte degli Indios: sono stato citatoànei loro comizi (in questo casoàper difendermi e elogiarmi), mi si diceva abbracciandomi “hai 7000 indios dalla tua parte”, dalle loro tasche venivano estratteàpistole, che sarebbero potute essermi utili per difendermi. Mentre ringraziavo, ma non accettavo le loro pistole, miàvenivano inseriti in tasca coltelli a serramanico che, a quel punto accettavo. Inoltre, in certi casi ho dovuto anche calmare alcuni indios che avrebbero voluto vendicarsi dell’assalto, distruggendo la casa del sindaco.àNonostanteàle sensazioni diàpiacereàche avrei provatoànel vedere la villa del sindaco distrutta, ho cercato in tutti modi di evitare che una qualche azione violenta venisse portata avanti dagli indios.

Infatti secondo alcuni, io sono stato aggredito per provocare una reazione da parte degli indios, in un contesto elettorale in cui gli avversari degli indigeni puntavano la loro campagna sul fatto che il partito di Zé Nunes con la sua bandiera rossa rappresentava la guerra e la violenza tipica degli “indios selvaggi”.

I fatti dimostrano che la violenza viene da tutt’altro lato, dal lato di un sindaco che ubriaco, mesi fa,àfatto di coca, haàsparato 13 colpi in aria di fronte alla casa di un avversario politico. Un sindaco che pensa di poter fare tutto indipendentemente dalla legge. Un sindaco che ha un’armeria nella sua fazenda, e che amministra questo paesino secondo la tradizione del “coronelismo”: un sistema di potere diffuso nel Brasile piú profondo, in cui il fazendeiro locale gestisce con il denaro e la forza una serie di rapporti di potere. Un sistemaàa metá fra il clientelismo siculoàe il feudalesimo.à

L’accadutoàmi ha danneggiato essenzialmente per 2 motivi:àil primo riguarda la ricerca che si é fermata completamente con l’impossibilitáàdi svolgereàle 6 interviste che mi mancavano, il secondo riguarda il fatto che il clima tranquillo nel quale mi sono mosso in questi mesi in cui ho conquistato la fiducia dei locali,àsi éàrotto definitivamente per colpa di sporchi politicanti che nemmeno conosco, né hanno avuto il coraggio di chiedermi cosa stessi facendo nel loro paesino, né di criticarmi o offendermi faccia a faccia, invece diàmandare i loro scagnozzi.

Dalàlunedíàdell’aggressione fino alla domenca delle elezioni, sono seguiti, giorni e ore di tensione. Da una parte gli indios mi dicevano che non potevo andare via perché sarebbe stato un cedere alle intimidazioni: dall’altra informazioni allarmanti che arrivavano da varie fonti mi spingevano ad andarmene.

Per esempio la sera stessa dell’incidente, il presidente di Amnesty International dello statoàmi chiama per dirmi che ha avuto informazioni, dalla poliziaàche quello che mi era successo era solo un primo avvertimento e che dovevo allontanarmi dal paesino il piú veloce possibile.à

La situazione era complicata perché era difficile comprendere il grado di pericolositá effettiva: era stato solo un evento sporadico per intimorire me e gli indios, o ci sarebbero state altre conseguenze. La regione oggettivamente é caldina: in una cittadina vicina (Unaí), per esempio, ha vinto le elezioni un sindaco-fazendeiro accusato di aver ucciso due finanzieri che avevano trovato irregolaritá relative al lavoro schiavo, nella sua fazenda.

Da Belo Horizonte, capitale dello stato a 12 ore di distanza, Ana Gomes, mia professoressa in Brasile, mi incitava a lasciare il paesino. Io in realtá non volevo, per vari motivi: 1) non potevo tradire gli indios, 2) aspettavo da marzo le elezioni e non volevo perderle 3) non volevo farmi intimorire da questo sistema violento e dittatoriale.

Con Ana Gomes abbiamo trovato una soluzione che garantisse la mia sicurezza e quella degli indios: sfruttare il fatto che uno straniero era stato aggredito per motivazioni politiche, per fare arrivare nella regione forze di polizia che difendessero me e soprattutto gli indios che ricevono minacce dall’inizio della campagna.

Da questo momento sono partite mille telefonate fatte e ricevute:

-al consolato italiano che si é contraddistinto per l’efficienza tipica del nostro paese, infatti mi ha risposto una segretaria assonnata che mi haàriferito che il console stava viaggiando e che lei non sapeva cosa fare per me.

-dagli assessori di due ministrià

-da alcuni deputati del Partito dos Trabalhadores, vicino alla causa indigena,

-a delegati di polizia militare e federale

-da Amnesty International

-da giornalisti di giornali e TV.

In tutto questo, oltre alla “enorme” gioia e onore di parlare con tutti questiàministri e deputati (come mai ho fatto nella mia vita), non si é ottenutoto molto, anzi solo alcune promesse di invio di polizia, che non é mai arrivata. Altro risultato é stato l’uscita su tre giornali di articoli che narravano l’accaduto.àE’ arrivata anche una troupe di rete Globo, con cui non ho voluto parlare perché non mi sembravano affidabili.

Per alcune cose sembrava un film, al quale non avrei mai voluto partecipare, per esempio i dubbi su quali sono le persone di fiducia a cui puoi raccontare le cose e le persone invece conniventi con il sindaco.

La polizia militare locale é tutta pagata dal sindaco e quindi non e’ né di fiducia né di protezione.

La Polizia Federale (tipo FBI brasiliana) invece é normalmente meno corrotta e dovrebbe essereàsuper partes; cosí io mi sono fidato e ho raccontato tutto al delegato di questo corpo di polizia, tuttavia non abbandonando alcuni timori che anche quest’ultimo fosse corrotto.

Il tutto é andato avanti abbastanza tranquillamente, a parte il fatto che, in una settimanaàho cambiato 3 volte il luogo dove alloggiavo. La polizia non arrivava ma almeno gli occhi della stampa e altri enti del Minas Gerais erano puntati su questo micro-paesino e se succedeva qualcosaàdi nuovo aàpagare sarebbero stati l’attuale sindaco e i suoi alleati, che nelle mie denunce avevo considerato direttamente responsabili dell’aggressione. Per la mia difesa personale bisognava arrangiarsi, visto che la polizia non arrivava, a parte le promesse. A volte chiamavano e dicevano: una pattuglia sta arrivando lá per darvi protezione, solo non riesce a localizzarvi. Il tutto era abbastanza improbabile in un paesino microscopico dove anche i numerosi cani randagi sanno dove si trova la pensione di Dona Enedina.

Arrangiarsi per la difesa,non voleva dire armarsi tipo Rambo, ma girare in compagnia degli Indios piú grossi che conoscevo.

Il sabato, vigilia delle elezioni, é stato il giorno peggiore, dal momento che si é presentato nella sede del Cimi (una Ong che appoggia la lotta degli Indios) un indio Kayapó, un’etnia del Mato Grosso, altro stato brasiliano. Questo supposto indio, minacciava alcuni volontari del Cimi e il sottoscritto. Gli é stato detto che io non ero piú in cittá (invece ero presentissimo).àDopo avere fatto questa incursione, l’indio é entrato nella casa dell’attuale sindaco. L’apparente assurditá del fatto che un indio minacciasse gli alleati locali degli indios Xacriabá (i “miei” indios), si spiega col fatto che, molto probabilmente, l’attuale sindaco aveva pagato viaggio e tutto a questo tipo apparentemente violento per usarlo contro di me e contro quelli del Cimi. La trappola era ben organizzata, dal momento che per le leggi brasiliane, la violenza contro un indio é punita molto severamente, mentre un indio omicida é molto piú tollerato in sede legale. Quindi mandare un indio contro di me era una furbizia che miàmetteva in una situazione difficilissima. In piú qualsiasi situazione conflittuale contro un indio avrebbe rovinato completamente la mia immagine di antropologo qui in Brasile.

Qui ho cominciato ad avere paura, dal momento che questo indio era una specie di arma nelle mani dell’attuale sindaco.

L’unico modo per rendere inoffensivo questo minaccioso indigeno era mandargli contro indios ancor piú minacciosi; e cosí é successo: un gruppo di indios Xacriabá hanno trovato questo Kayapó e l’hanno impaurito dicendogli cheàlui doveva allontanarsi di lí, se era arivato con propositi minacciosi, e che non poteva toccarmi visto che io ero loro amico e alleato.

à

In pratica l’attuale prefetto ha agito su di me e sui volontari delle Ong che appoggiano gli Indios, perché aveva timore di agireàdirettamente contro gli indigeni.à

à

Domenica 3 ottobre: finalmente le elezioni.

Calmaàapparente in cittá. Finalmente arriva, un pó in ritardo, la polizia federale a controllare che tutto si svolga correttamente nelle sessioni elettorali.

Ore 17 e 30 arrivano i primiàrisultati: con le mie capacitá matematiche scarsissime aiuto gli indios a sommare i voti delle varie sezioni. Le capacitá matematiche degli indios sono forse inferiori alleàmie, quindi solo dotati di calcolatrice riusciamo insieme a arrivare a un risultato che si confermerá definitivo.à

Nonostante i tentativi di comprare voti da parte dell’avversario,à

ZE NUNES ELETTO PRIMO SINDACO INDIGENO DEL MINAS GERAISàe secondo del Brasile.

La riserva indigena ha votato unita per lui e pare che la mia aggressione abbia fatto perdere consensi in cittá all’attuale sindaco - almeno é servita a qualcosa.

Gli indios invadono la cittá per festeggiare, una cittadina che in poche ore si riempie di un numero spropositato di immancabili ubriachi.

Molti si commuovono, io cerco di nonàcommuovermi,àtutti si abbracciano sudati, partono le immancabili musiche diffuse da stereo montati su vechi pick-up che bloccano le strade per fare festa. Quelle musiche troppo forti che ho odiato per alcuni mesi ora mi esaltano. La festa durerá tutta la notte fino all’alba, quando i molti ubriachi che lastricano le stade verranno raccattati eàil piccolo paesino di Missoes si sveglierá lasciandosi alle spalle anni di dittatura di un singolo fazendeiro, e sperando in un futuro migliore grazie a un giovane sindaco indigeno ex direttore diàscuola.

La mia gioia per la vittoria politica, con gli ultimi eventi si é moltiplicata.

Inoltre se Zé Nunesàavvesse persoàe gli avversari avrebbero mantenuto il potere, per me sarebbe stato oggettivamente impossibile rimettere piede in questo paesino.

à

Lascio Missoes, con l’ebbrezza di essereàscortato dalla polizia, che prontamente é arrivata l’ultimo giorno, a elezioni giá passate.

Sono a Belo Horizonte, in condizioni di sicurezza.

Ripenso all’ultima settimana come a un film assurdo, ma con il lieto fine.

Torneró a Missoes insieme a un’equipe dell’universitá, l’ultima settimana di ottobre, per salutare tutti i miei amici indios con piú calma (e lí probabilmente mi commuoveró), in seguito torneró in Italia.

à

Vostro, Filippo

à

P.S:

Ha vinto Zé Nunes

ora manca Kerry,

e l’avversario di Berlusconi nel 2006,

chiunque sia, anche fosse Topolino……

Leave a Reply