Jaffna - Camilla

4 Marzo 2006

Tra l’elaborazione di una proposta di progetto ed un’ altra sono riuscita a scappare a Jaffna per qualche giorno a trovare un amico. Sono atterrata nel cuore Tamil del paese, nella citta’ dove si “respira” cultura e tradizione dei tamil induisti. Citta’ bombardata durante il ventennio di guerra civile, protratta fino alla dichiarazione del cessate il fuoco del 2002, che ancora conserva un fascino intoccabile . Me la sono girata, esterefatta, in bicicletta rifugiandomi, nelle ore calde del pomeriggio, all’interno del Nullar Kovil hindu ascoltando i canti di un uomo anziano con capelli e sarong bianchi. Ho passato il tempo davanti ad una rarissima coppa di gelato in un baretto dietro casa con il mio libro, la cartolina per il papi ed il diario, osservando i passanti ed i militari. Con Daniel siamo andati in moto fino alla laguna brulicante di pescatori e di corvi passando attraverso una stradina che tagliava l’acqua e lo spazio a meta’. Allibita dalla presenza massicia dei militari governativi appostati sotto il sole ogni tre metri nelle strade, davanti ai ristoranti, nei vicoli deserti e nei sentieri di campagna. Modelli diversi di carri armati presidiano la citta’che sembra essere occupata anche se ufficialmente la guerra non c’e’. Cinque ore dall’entrata nella high security zone, vicino all’aereoporto, fino a potere salire sull’aereo. Aperte e richiuse le mie borse tre volte. La poliziotta che mi stava davanti non mi ha mai guardato negli occhi, non so nemmeno se mi abbia visto con la coda dell’occhio. Ha aperto tutti i miei vari astucci, ha tirato fuori creme, tolto i coperchi, sollevato le cinture di conchiglie africane fuori dallo zaino e, con lo sguardo immobile, dopo averle osservate attentamente in un tempo tutto suo, le ha riposte dentro lo zaino impassibile. Percuisizioni dentro stanzine buie e specchi sotto gli autobus in entrata per scoprire eventuali ordigni di bombe nascosti.

In tanti mi dicevano che non sarei potuta andare via dallo Sri Lanka senza prima essere passata da Jaffna e dunque, alla “quasi-fine” della mia storia sri lankese, ho comprato il biglietto e sono partita. Una volta arrivata in citta’ ho telefonato a Prem, il nostro coordinatore progetto Tamil rimasto ad Akaraipattu, che sapevo avrebbe potuto capire la mia emozione: “Prem non mi aspettavo cosi’ tanti militari&.” “Ora puoi veramente capire come veniamo trattati dal Governo&.”

Difficile pensarmi in Italia tra poco. Tornero’ dopo un anno di tempo, un anno nel quale si e’ aperto dentro di me uno spartiacque, proprio come la stradina che divideva la laguna e lo spazio a meta’. Mi accorgo che non esiste via di ritorno ma non sono preoccupata perche’ la luce che illumina il sentiero davanti a me e’ accecante.

Camilla

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