dal Pakistan - Giulio
E’ domenica mattina, un messaggio da un collaboratore sul cellulare mi sveglia… missili sull’aeroporto della città, gli ostaggi dell’altro ieri liberati. Una Domenica che chiude una settimana di lavoro intenso, condiviso con i “miei” contadini.
Serve solo un po’ di pazienza per leggerla tutta ma son le impressioni che mi nascono spontanee prima che mi “abitui” a missili, bombe, kamikaze e altro:
Um abrao,
O Jùlio Campesino di Frontiera
solo un puntino sulla mappa del Pianeta, una pietruzza nella carta del Pakistan, ma è la prima linea. Mi trovo al confine fra Pakistan e Afganistan, fra Kaboul e Islamabad, a un passo da Jalalabad, terreno amorfo senza nessuna marcata identità nazionale, terra dove il Governo delega i poteri istituzionali ai consigli tribali. la frontiera dove si giocano le carte nascoste delle intelligences dei vari Paesi. Un calderone di agenzie segrete indiane, pakistane, statunitensi, afgane, sud africane e chi più ne ha più ne metta. La gente e le tribù vivono da secoli assieme condividendo e lavorando queste terre anguste. Da qui è passata la via della seta, i carri armati sovietici, i militari inglesi ed ora fanno la spola i guerriglieri talebani.
Da sole poche settimane io vivo qui assieme a questa gente che ha scolpito il paesaggio e da esso è stata modellata. Viviamo in un pagliaio dove basta una scintilla per innescare un incendio. Le vittime è chiaro individuarle, i carnefici un po’ meno. Con sforzi immensi stiamo svolgendo dei corsi indirizzati a migliorare le capacità produttive dell’agricoltura locale. Ogni volta che terniniamo la lezione e facciamo il bilancio di quanto imparato, la domanda su quando usare un fertilizzante è seguita da un inchalla se potremo mai vedere il raccolto maturo e la speranza di avere un periodo di pace sufficiente a garantire qualche scorta alimentare per la famiglia.
Ho l’impressione di avere davanti a me dei bambini che parlano del loro futuro, “quando farò, quando sarò, quando avrò…” e si ride e ci si prende in giro… il minimo comune denominatore è la parola pace (scritto minuscolo per non dare troppo nell’occhio… “non abbiano a sentirci” si dice in Toscana).
Doctor Ishaque, un omone di una quintalata di umanità, nei suoi interventi durante i corsi, s’inventa ogni tipo di animazione e gioco di ruolo che con la sua pacata indole riesce a far condividere ad ogni partecipante…
Sono agronomo e non avevo mai assistito a lezioni di pace.
Niente power point né altro supporto informatico… carta e pennarellone per disegnare un quadro con tante facce diverse. Si chiede di riassumere cosa hanno in comune tutti questi volti. La classe si consulta e poi invia il capofila del gruppo a scrivere quanto deciso… HUMANITY.
La gente è entusista di poter seguire i corsi ed è viva in loro la speranza che possano servire a costruire la pace nella loro regione. Nelle aule si trovano assieme “sunni e shia” ed è impossibile intravedere differenze fra loro ed ancor più immaginare come possano mai innescarsi dei meccanismi perversi che degenerino in scontro frontale.
In verità chi imbraccia le armi non sono questi agricoltori ma altri, che han tutto l’interesse a non far tornare la pace.
La gente è povera e quel poco che ha, spesso lo deve abbandonare perché costretta a lasciare la propria abitazione in cerca di un rifugio.
Voci di corridoio dicono che i militari hanno sequestrato armi sofisticatissime in un covo “Taleban”. La gente dice però che nella zona i “barbuti” si conoscono bene e - non sono altro che dei disgraziati come noi, che magari non saltano neppure una delle preghiere del giorno, ma che certo non sono capaci di organizzare una guerriglia tanto affinata… -
Non ci capisco niente… allora da dove arrivano le armi “occidentali” ritrovate? Ed i missili a corto raggio che hanno devastato l’aeroporto di Peshawar stanotte? o la resa, stamane, degli ostaggi “sunni” patteggiata con l’esercito, ma che è costata il riaccendersi delle ostilità in Kurram… da chi è stata organizzata?
Nella cooperativa che con questo progetto stiamo appoggiando fanno parte “shia e sunni”, noi siamo qui per dar loro una mano ma sono loro che l’han fondata… come può esistere un odio fratricida tanto profondo?
Perché i profughi afgani che vorrebbero tornare a ricostruire il loro futuro, non sanno più a chi appellarsi per riuscire a varcare il confine ?
Ok, mi devo far bastare la risposta “è gente che da sempre ha fatto la guerra e non sa vivere altrimenti”…
Cazzo NO! I contadini che ho conosciuto non san neppure da che parte s’imbraccia un ficile!!!!!!!!!!!