Bidonville - Giulio
Dovrei essere in vena di festeggiare eppure ho una gran voglia di piangere…
Forse è la stanchezza di giorni e giorni di lavoro duro per evitare la chiusura del progetto per motivi di sicurezza… Fortunatamente i suoi frutti si son visti ieri, nel momento in cui la variazione che ho poroposto è stata accettata. Non c’è più la strada per “i miei ragazzi”.
Ho fatto una “due giorni” a Islamabad per incontrare il donor e presentare la mia proposta. Fin qui tutto bene, duro, stancante, prosciugente ma bene. Poi stamane son partito per andare alla stazione del bus ed il mio taxi scassato è passato da una bidon ville alla periferia di Rawlapindi. Mi ha invaso una tristezza infinita alla sola vista degli abitanti di quella maledetta comunità umana articolata fra discariche e rivoli di fogne. Ero abituato a ritenere il microscopio l’unico strumento possibile per osservare forme di “vita primordiale” in spazzatura e deiezioni. Oggi non è stato necessario, dai bimbi ai vecchi, donne, capre, vacche, cani tutti quanti pululavano numerosi in mezzo agli scarti dell’umanità… quanti maledetti scarti produce l’umanità!
Baracche costruite sul limitar di kenions scavati per raschiare la terra necessaria a far mattoni (i bimbi per lo più li impastano e trasportano!) per costruire la città, fogne in caduta libera di quindici metri. Vedo baracche sprofondate verso il basso dietro lo zollone di terra al quale i costruttori avevano confidavato il loro rifugio; il tutto precipitato rovinosamente dopo l’ultima pioggia di pochi giorni fa. Tutto va verso il basso a riempire il vuoto lasciato dai mattoni delle case della città “bella” e ricca, là, sul fondo, dove tutti lanciano la spazzatura ben vagliata per estrarne ogni possbile alimento o utensile…
Forse ho voglia di piangere perché è uno di quei giorni in cui non riesci a non sentire il lamento della gente che non vive momenti di difficoltà ma una vita intera di indigenza e miseria. E m’interrogo e non so dare risposta a come possa fare un essere umano a vivere costantemente nel fango gelato… oppure sotto lastre di latta che trasformano ricoveri fetiscenti in forni invivibili.
Mi tappo gli orecchi per darmi pace ma il grido si fa insistente e penetrante ed entra, gonfia il cuore e non riesce ad uscire facendomi scoppiare il torace e la testa…
Non ho risposta a niente, ho voglia solo di piangere